Um Salomona, la lotta continua

16 maggio

Mi dirigo in pullman con attivisti palestinesi ed internazionali al villaggio palestinese di Um Salomona, altra vittima della politica israeliana di colonizzazione e ghettizzazione dei Territori palestinesi occupati. Proprio come per Bil’in, questo villaggio che si trova tra Betlemme e Hebron, nel sud della Palestina,  lotta e resiste in maniera nonviolenta alla costruzione del Muro dell’Apartheid ed alla confisca della propria terra. Verso le dieci gli abitanti del villaggio, insieme ad attivisti israeliani ed internazionali, inscenano la consueta settimanale protesta nonviolenta piazzandosi di fronte ai soldati e reclamando la propria presenza, i propri diritti, la volonta’ di viver in pace nella propria terra.

Ai soldati basta un filo spinato per separare i manifestanti e scongiurare ogni sorta di contatto fisico, ed e’ sufficiente ostentare l’armamentario bellico per scoraggiare un eventuale scontro. Ci sono parecchi ragazzini, anche bambini. Le grida, le bandiere, le proteste, la rabbia. Si alza la tensione, ma i soldati rimangono piuttosto tranquilli. Qualche faccia a faccia, qualche spintone, un tentativo di scansare il filo spinato. Si grida ai soldati, puntando con l’indice: “Non ci caccierete per la seconda volta”, “questa e’ la nostra terra, dovete andarvene, dovete lasciarci vivere in pace”, “voi sapete di essere nel torto, voi sapete che un giorno noi torneremo nelle nostre case”.

Ci sediamo a terra, mitra e filo spinato ad altezza di viso. I soldati sembrano perdere la pazienza, qualche manifestante piu’ attivo tenta un approccio fisico, prova ad oltrepassare il filo spinato. Un gruppo di statunitensi comincia a cantare “we shall overcome”, canzone di protesta pacifista che divenne una sorta di inno del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. “Per calmare ed addolcire l’animo dei soldati”, mi rispondono loro. In prima linea nella protesta ci sono alcuni coraggiosi attivisti israeliani: e’ importante che la lotta non sia solo palestinese, e’ importante che ci siano israeliani e palestinesi fianco a fianco, che ci siano israeliani di fronte ai soldati israeliani, a pungolarne la coscienza.

Qui in Palestina sta succedendo qualcosa di straordinario. Un movimento dal basso, cosciente e nonviolento, solidale e responsabile, sta imparando a resistere alla colonizzazione ed all’occupazione, sta lottando contro uno degli eserciti piu’ forti del mondo. Nonostante tutte le angherie, le ingiustizie e i soprusi dell’occupazione che dura da oltre 40 anni, alcuni villaggi palestinesi hanno trovato la forza, il coraggio e la maturita’ di portare avanti delle forme di resistenza nonviolente, con l’aiuto di attivisti internazionali e israeliani. Ai mitra dell’occupante, loro rispondono con forza morale, solidarieta’, coscienza civile. La causa del popolo palestinese e la lotta che porta avanti per l’autodeterminazione e la fine dell’occupazione militare, diceva l’intellettuale palestinese Edward Said, potra’ affremarsi solo se verra’ intesa come lotta universale dell’uomo contro ogni forma di costrizione, oppressione e sfruttamento. Solo se la causa palestinese verra’ finalmente collegata alla lotta per i diritti e le liberta’ umane fondamentali di un popolo, solo allora acquisira’ valore e rilevanza universale, forza morale universale, diventando una battaglia di tutti, la battaglia di tutti.

Se in Palestina spuntasse un Gandhi, ora e subito, questo popolo di risorse e vitalita’ straordinarie sarebbe pronto per la rivoluzione nonviolenta, per la liberazione e l’autodeterminazione senza il ricorso a metodi violenti, guerre, guerriglie, terrore. Un popolo cosi’ consapevole della propria forza morale, con la solidarieta’ attiva di ampie fette di societa’ civile mondiale, sarebbe in grado di fare quello che cosi’ di rado nella storia e’ riuscito.

E’ primavera in Palestina, la Palestina e’ in fiore. Serve il vento giusto, quello che impollina e fa si che il fiore di oggi diventi il frutto di domani. La Palestina ha bisogno di tutti noi, deve essere ricordata, raccontata, accarezzata, difesa ogni giorno. Deve essere visitata, camminata, soffreta, condivisa. Andate in Palestina, torniamo in Palestina.

I ragazzi alzano le due dita in segno di vittoria, ridono, gridano irriverenti la loro gioia di vivere in faccia ai soldati. Sono loro la coscienza morale e civile del mondo, loro stanno combattendo la battaglia dell’umanita’ e chiedono di non essere lasciati soli.

Ora la Palestina e’ in  fiore. 

Um Salomona, la lotta continuaultima modifica: 2008-06-04T16:01:50+02:00da handala83
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