Indipendenza o Catastrofe

(venerdi` 9 maggio, Citta` Vecchia di Gerusalemme, sera, picchietto sulla tastiera di un internet point) 

Gerusalemme. In questi giorni, ieri per l’esattezza (8 maggio, secondo il calendario ebraico), Israele festeggiava i 60 anni dalla sua fondazione. Bandiere e mitra ovunque. La fierezza e il senso di apparteneza e’ molto forte per gli ebrei israeliani. Bandiere fuori dai palazzi, appese ai balconi, alle auto, stampate sulle magliette. Cori e canzoni, barbecue, euforia. Un’altro paradosso di questa terra: mentre gli ebrei israeliani festeggiano il 60esimo dell’indipendenza, grazie alla vittoriosa guerra del 1948 contro gli stati della lega araba, i palestinesi (e gli arabi israeliani) si preparano a commemorare quella che chiamano la Catastrofe, la Nakba in arabo, ovvero la rimozione forzata ad opera dell’esercito israeliano dei palestinesi che si trovavano all’interno dei confini del nuovo stato israliano e la loro dispersione nei paesi arabi vicini. Tra 700 000 e 900 000 palestinesi divennero rifugiati o sfollati nel giro di qualche mese, e non avrebbero piu` fatto ritorno alle proprie case. La Palestina e i palestinesi scomparvero dalla carta geografica e dal dibattito politico internazionale. Ai palestinesi, quel 14 maggio del 1948 (quando venne dichiarata la nascita dello stato ebraico), ricorda la pulizia etnica e la cancellazione della societa’, della cultura e delle aspirazioni nazionali del popolo palestinese. Ancora oggi i palestinesi sono dispersi nel mondo, il numero dei rifugiati e dei loro discendenti supera i 7 milioni, non hanno ancora uno stato, anzi, i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza subiscono l’occupazione militare israeliana che dura ormai da oltre 40 anni. E la situazione peggiora anno dopo anno, in seguito all’ininterrotta colonizzazione ebraica, la costruzione del Muro di separazione e di una rete di check points e strade accessibili solo ad israeliani e coloni che hanno trasformato i Territori palestinesi in una serie di enclaves, prigioni a cielo aperto, ghetti.

Mi infastidiscono le manifestazioni di nazionalismo, soprattutto se si e’ coscienti di quello che c’e’ dietro, di cio’ che si nasconde, che non si dice. Si nasconde un pezzo di storia e di umanita’, quello del popolo palestinese, che ha pagato un prezzo cosi’ alto per la creazione dello stato ebraico, cosi`, si potrebbe dire, quasi dal nulla. Israele non ha ancora fatto i conti con la propria storia. Israele non ha mai riconosciuto le proprie responsabilita’ per la creazione della Catastrofe palestinese, non e’ mai stato lo stato dei suoi cittadini (ebrei e arabi-palestinesi) ma solo di una parte di essi (gli ebrei). Sta rendendo impossibile di fatto la creazione di uno stato palestinese. Sta portando avanti una politia di colonizzazione e ghettizzazione di un intero popolo, sotto gli occhi di tutti, inquesto preciso istante, qui ed ora. Israele non si e` ancra guardato in faccia con coraggio critico ed onesta` storica. Non si e` fermato ad osservare la ferita che ha aperto 60 anni fa, come diretta e necessaria  (nel senso che il progetto sionista di creazione di uno stato per gli ebrei escludeva sia in teoria che in pratica la presenza e la convivenza con i palestinesi) conseguenza della sua creazione. Quella ferita esiste, sanguina, e` ormai purulenta e in fase di mercescenza.

E` stato a causa di questi pensieri che ho deciso di lasciarmi alle spalle Gerusalemme e tutte quelle bandiere bianche e azzurre. Voglio andare a condividere un pezzetto della Catastrofe palestinese: non quella di 60 anni fa, ma quella che continua ancora ogni giorno.

Bil`in. Da Gerusaelemme al check point di Kalandia. Da li` a Ramallah, poi un taxi collettivo per Bilin, il villaggio palestinese tagliato in due dalla costruzione del Muro di separazione israeliano, che da due anni inscena una protesta settimanale nonviolenta. Ancora Bilin, e` ancora un venerdi` di primavera ad accogliermi.

Dopo la preghiera si parte, questa volta seguiti da un paio di giornalisti di al-Jazeera (la volta scorsa fu la CNN mi pare). In molti reggono manifesti che ricordano la Nakba, “non si svende”, c`e` scritto su. Arriviamo come di consueto al confine con la recinzione metallica che segna il tracciato lungo il quale e` prevista la costruzione del Muro. Dall`altra parte i soldati. Questa volta la risposta israeliana e` piu` dura. Prima la finta di attaccare, di passare dall`altra parte della recinzione, dove siamo noi manifestanti. Poi una pioggia di gas lacrimogeni, spari, botti. Per fortuna nessuno rimane a terra ferito. Una camionetta arriva a dar manforte, un ragazzo lancia un apietra e coglie in pieno un finestrino, “crash”, bersaglio colpito. Ci allontaniamo sarpagliati in ritirata. Bisogna correre faccia indietro, verso i soldati, per intuire la traiettoria dei gas e nel caso schivarli.

Quelle armi ountatae ad altezza d`uomo fanno paura. Tira vento, il gas fa presto a diffondersi intorno. Brucia gli occhi, urta il naso, le vie respiratorie. In questi istanti mi chiedo cosa ci faccio li`, e devo darmi una risposta, subito, il corpo e` debole, vigliacco e tradisce quando subisce il ricatto del dolore. Serve presenza di spirito, forza morale. Devo rispondermi che sono li` con loro per non lasciarli soli, che questo piccolo villaggio sta combattendo per salvare la propria terra, il proprio campo d`olivo, il diritto di vivere in pace. Loro, con le mani dure e la rabbia sana, nient`altro, contro le divise e le armi. Loro, a mani alzate, tra i loro olivi. Voglio comunicargli solidarieta`, calore umano, questo mi sento di fare. Arriva un momento in cui bisogna decidere da che parte stare e assumersene la responsabilita`, decidere dove volgere la fede e la speranza, dove lasciare la propria traccia: io sto con voi amici di Bilin.

La paura non e` di esser presi, percossi, di essere morsicati da un proiettile (si sera sempre) rivestito di gomma dura. La paura e` di essere rimandati indietro, 10 anni, ospite indesiderato.

Risaliamo la collina. Vado solo, pensieroso, occhi arrossati, tossendo. Oggi la rabbia mi ha mangiato le parole: me ne sto per conto mio, mentre la vita nel villaggio riprende il ritmo quotidiano e picchia forte in testa il sole implacabile del primo pomeriggio. In questa terra si fa tanto presto a perdere la fiducia negli esseri umani quanto presto a riacquisirla. Che importa se non vincerete questa guerra? Importa salvare la dignita` e poter camminare fieri del proprio essere uomini.

 

Indipendenza o Catastrofeultima modifica: 2008-05-10T09:41:02+02:00da handala83
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Un pensiero su “Indipendenza o Catastrofe

  1. Davvero un bel articolo Bartolo, sembrava di viverla la tua giornata.
    Nel frattempo in Italia una manifestazione pacifica pro-palestinese alla fiera del libro di Torino è stata attaccata duramente da televisioni e stampa.
    A differenza degli amici di Bilin noi la nostra dignità l’abbiamo persa da tempo.

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