L`inferno di Hebron

Hebron e` una vivace e fiorente cittadina palestinese, la piu` popolosa, rinomata per lacoltivazione dell`uva e per l`inustria e l`artigianato del vetro e della ceramica. Con l`occupazione della cisgiordania da parte dell`esercito israeliano a partire dal 1967 le cose sono cambiate: da allora e` stata creata la colonia di Kiriat Arba nei pressi della citta` palestinese e un gruppo di coloni facinorosi ha occupato delle abitazioni nel cuore della Citta` Vecchia palestinese, e da allora si sono rifiutati di andarsene, aumentando di numero e ampliando lo spazio occupato. Hebron e` una citta` santa per le tre religioni monoteiste in quanto sede della tomba di Abramo. Qui i fatti di sangue hanno antica memoria: nel 1929, sull`onda dei continui scontri tra i palestinesi e i coloni ebraici che immigravano nella Palestina amministrata dai britannici, la comunita` ebraica di Hebron venne decimata.

Il numero dei coloni nella citta` vecchia di Hebron e` andato costantemente aumentando, e con esso la porzione di citta` da essi controllata. Attualmente piu` di mezzo migliaio di cooni armati hanno il privilegio di essere “protetti” da un paio di migliaia di soldati israeliani. Insomma, per ogni colono ci sono quattro soldati. Risultato: una intera citta` (centinaia di migliaia di palestinesi) e` letteralmente tenuta in ostaggio da qualche centinaio di coloni fanatici e aggressivi, che creano costantemente un clima di tensione e conflitto. Tra tutti, nel 1994, il dottor Goldstein entro` nella Moschea di Abramo e sparo` sui fedeli in preghiera uccidendo 29 persone. Da allora l`accesso al luogo ed alla preghiera e` soggetto al duro controllo militare israeliano. I coloni hanno eretto una statua al loro eroe omicida.

Non c`e` una via diretta per raggiungere Hebron da Gerusalemme. Bisogna fermarsi al check point di Betlemme, entrare nei territori palestinesi, e da li` prendere un altro mezzo per Hebron. La citta` di Abramo non e` una meta turistica, o perlomeno non lo e` piu`. Scesi dal taxi collettivo, sul quale eravamo gli unici non palestinesi, ci accorgiamo che la situazione si ripete, siamo gli unici a non parlare arabo. Ci incamminiamo per le strade affollate e vivaci dei mercati appena fuori la citta` vecchia, rincuorati dall`atmosfera di vitalita` ed eccitazione che si incontra nei mercati di altri villaggi palestinesi e di Gerusalemme Est. Tutto ad un tratto l`atmosfera cambia drasticamente: siamo entrati nella citta` vecchia, lungo la via che porta alla Moschea di Abramo, il luogo santo conteso. Il trambusto la confusione e i colori di poco fa lasciano improvvisamente il posto al silenzio ed alla penombra dei vicoli stretti, incuneati tra le vecchie case di pietra diroccate. Tutti si girano al nostro passaggio, tutti sanno che siamo li`. Possiamo sentire addirittura i nostri passi per il silenzio che regna intorno. Alcuni ragazzi ci avvicinano, sono curiosi, fanno domande, noi ne facciamo con discrezione, loro colgono l`occasione per parlare un po` con facce nuove. Lasciamo che ci accompagnino: in questo luogo oramai fa comodo avere una “scorta”.

Eccoci imboccare la via che conduce alla Moschea di Abramo, dove le abitazioni dei palestinesi e quelle occupate dai coloni si sfiorano, sitoccano, perfino combaciano. In molte abitazioni i coloni hanno occupato i piano superiori, lasciando gli inferiori ai palestinesi. Delle reti metalliche sopra la nostra testa proteggono e separano la strada e le abitazioni e negozi del piano terra dai piani alti, occupati dai coloni (si vedano le foto). Le reti sono curve sotto ilpeso dei rifiuti e degli oggetti di ogni genere che i coloni gettano di sotto insofferenti.Alcuni punti sono talmentepieni di robaccia che neanche i raggi del sole filtrano piu`. L`atmosfera che si respira e` tetra, il silenzio e` irreale, la tensione e` stampata sulle faccie della gente e si e` cristallizzata sulle cose qui attorno. E` li`, all`angolo della strada, in quella porta, nell`ombra che la rete riflette sulla via, nello sgabello dove e` seduto quell`anziano, nel sibilo di questa brezza leggera. Sembra una citta` fantasma.

D`improvviso avvetiamo un crepitio intorno, voltiamo lo sguardo verso l`anziano seduto laggiu`, kefiyya in testa, con un braccio parato davanti alla faccia e il corpo rannicchiato come per proteggersi. In terra, breccia e polvere. In alto, su un terrazzo, un bambino kippa (berretto tipico ebraico) in testa sta soddisfatto del lavoro compiuto (si veda la foto). Raccoglie un`altra manciata di breccia e la scaglia ancora di sotto, attraverso la rete, per colpire la gente di sotto. A questo punto un giovane palestinese raccoglie una bottiglia di vetro per terra e la lancia contro la rete nel tentativo di spaventare il ragazzino. Intanto l`anziano e gli altri intorno ci invitano a fotografare, a vedere, documentare, raccontare. Sembrano dirci: ” Vedete? Visto che succede qui? Non ci credevate eh? Eccovelo!”. L`anziano si risistema sullo sgabello e sprofonda di nuovo nel suo ozio tranquillo: dovra` essere abituato agli insulti ed alle continue aggressioni dei coloni, che a volte colpiscono anche attivisti e osservatori internazionali.

A ripensare alla scena mi viene da rabbrividire: un ragazzino che avra` avuto meno di quattordici anni prende a sassate un anziano con una naturalezza incredibile. E`sconvolgente. Provo a pensare in quale cultura di odio e fanatismo sia cresciuto quel ragazzino, e lui come tutti li`. Penso che ricevera` l`approvazione dei suoi genitori non appena raccontera` entusiasta il suo gesto da colono coraggioso e ligio al dovere; penso alla sensazione di umiliazione del vecchio, cosi` violentemente insultato da un ragazzino. Lui, che vivra` li` fin da bambino e la sua famiglia magari da generazioni, ora deve temere la violenza e l`arroganza di un gruppo di coloni fascisti che sono li` da quarant`anni.

Stento a credere che tutto questo stia veramente accadendo.

Proseguiamo in direzione della mOschea di Abramo. C`e` un check point, quello di ingresso alla citta` occupata dai coloni. Il solito cancello girevole. Dall`altra parte ci accolgono dei mitra puntati dritti in testa. Bene, si, questa e` l`occupazione. La nostra “guiad” ci spiega che ogni volta e` la stessa storia per i musulmani che si dirigono in Moschea per la preghiera: attese interminabili, perquisizioni, domande, insulti. Piu` avanti un`altro check point, di ingresso alla Moschea. La stessa storia, i mitra, i soldati, le sbarre d`acciaio.

All`interno, la zona della costruzione dove pergano i musulmani e quella dove pergano gli ebrei sono separate fisicamente. A volte, quando ricorrono le festivita` ebraiche, i musulmani non possono accedere in Moschea. Per i palestinesi che vivono ad Hebron, questo e` un inferno da cui scappare al piu` presto. Questa e` l`occupazione che dura da quarant`anni, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno, umiliazione dopo umiliazione. Hebron e` il simbolo del conflitto, il luogo piu` emblematico: l`occupazione dei coloni della citta` vecchia, e la costruzione di un`altra piu` grande colonia in periferia, nel cuore della Cisgiordania, l`appoggio e la copertura militare e politica del governo israeliano ai coloni, l`assedio permanente a cui e` sottoposta una citta` intera, l`arbitrio del potere. E i palestinesi, gli abitanti di questa citta` da generazioni, quanto contano?

Mi chiedo io se questa e` vita.

 

 

 

 

 

 

L`inferno di Hebronultima modifica: 2008-05-07T14:21:15+02:00da handala83
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