La primavera di Bilin

 

 

 

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Ogni venerdi`, da tre anni oramai, gli abitanti del villaggio palestinese di Bilin inscenano una protesta nonviolenta contro la costruzione da parte di Israele del Muro di separazione, che espropria per i soliti “motivi di sicurezza” oltre la meta` della terra coltivabile del villaggio. Tutti quegli olivi, tutte le cure che hanno meritato, il sudore versato, la fatica, la raccolta, l`olio, niente piu` di tutto questo. Tutto invano. La terra non c`e` piu`. Un`altra colonia, Modi`in Illit, che si trovera` “dentro”  il Muro (dalla parte di Israele intendo), si sta gia` costruendo su parte della terra espropriata. Il giallo metallico delle gru, il bianco accecante delle nuove costruzioni, i movimenti di terra che sventrano avidi le colline: eccovi la frenesia folle della colonizzazione.

Oggi, venerdi` 11 aprile, e` una giornata caldissima a Bilin. Un taxi collettivo ci porta da Ramallah al villaggio, in mezz`ora, e il tassista certamente non e` un simpatizzante di Abu Mazen, l`attuale Presidente dell`Autorita` Palestinese. La Palestina rurale, umile e dignitosa, scorre fuori dal finestrino. Arrivati al villaggio i dirigenti del comitato di resistenza locale ci accolgono nella loro sede, dove si sono raccolti altri attivisti. Le foto delle scorse dimostrazioni appese alle pareti della stanza: le ruspe israeliane, le demolizioni, le bandiere e la speranza, le lotte, il filo spinato, le sconfitte. Pallottole rivestite di plastica e lacrimogeni raccolti durante le dimostrazioni riempiono interi badili. “Aspettiamo che finsca la preghiera poi si comincia”, ci dicono. Dalla bella moschea escono i fedeli, abbiamo anche la benedizione di Dio penso…

Si comincia il tragitto di circa un chilometro, dal villaggio al tracciato dove sara` costruito il Muro. Bandiere, cori, proteste, discussioni, passi fermi e passi incerti. Si scende lungo un sentiero tra campi di olivi, inebriati dai profumi, dai colori e dai suoni di questa primavera commovente che invita alla speranza. Le dimostrazioni di Bilin hanno avuto una certa risonanza internazionale, ci sono giornalisti locali e non, attivisti internazionali ed israeliani di movimenti contro la costruzione del Muro. Scintillano le macchine fotografiche. E` importante la presenza internazionale: per gli abitanti del villaggio che non si sanno soli, per noi “internazionali” che vogliamo capire, per dimostrare ai soldati che questa gente ha il sostegno di alcuni pezzi di societa` civile mondiale. La coscienza del mondo si sveglia a Bilin.

Ci si avvicina alla recinzione metallica che indica il tracciato lungo il quale verra` costruito il Muro, che impone senza possibilita` d`appello un aldila` e un aldiqua`. Una casa ha avuto la sfortuna di trovarsi a qualche metro dal tracciato del Muro, che la avvolge quasi su tre lati: la vita per questa famiglia dovra` essere infernale. Immaginate: affacciarsi alla finestra e scorgere solo il grigio assurdo e angosciante dei blocchi di cemento, di questo Muro che avanza giorno dopo giorno, divora terra, separa il villaggio dal campo, villaggio da villaggio, separa i cari, imprigiona come stranieri nella propria terra i suoi abitanti. Si avvicinano le camionette dell`esercito. Blocchi di cemento nascondono i soldati che si preparano a respingere i dimostranti. Gli slogan, le grida si fanno piu` intense, piu` rabbiose, ci si avvicina al tracciato del Muro, degli attivisti spingon fuori una sbarra metallica, ci si arrampica sulla recinzione, si sventolano le bandiere in faccia ai soldati. Questi puntano le armi; prima fuga generale. Poi spari, finti forse. Si arretra, ci si riavvicina. “Forza, coraggio, avviciniamoci ancora, coraggio, yalla! yalla!”. Avanti, dietro, avanti, dietro. I primi lacrimogeni, le prime pallottole che non uccidono, ma che feriscono. Un dimostrante viene morso alla gamba da un proiettile, “e` entrato dentro” gira voce, lo si stende dietro un mucchio di pietre, fuori dal tiro, in attesa dei soccorsi. Continua il tira e molla dell`avvicinamento e della dispersione ai primi spari. Si intensificano i lacrimogeni, si teme che i soldati vengano “al di qua” della barriera, come la scorsa settimana, e allora si` che la situazione peggiora…

“Sono stato in prigione otto volte, una volta i soldati sono arrivati di notte e mi hanno picchiato con i fucili fino a farmi mancare il respiro. Stavo per lasciarci la pelle…”. “Ma questa e` la nostra terra…e bisogna andare avanti”.

I ragazzi, gli “shabab”, cominciano a fiondare sassi verso i soldati, sono professionisti della fionda. Cominciano ad intensificarsi i lacrimogeni, le pallottole. I ragazzi addrizzano la mira, ma quei sassi non feriscono. Che importa, mi dico: se un`azione non reca un effetto immediato e tangibile, non per questo perde di significato.

Poi, dopo piu` di un`ora, la dimostrazione finisce, gli animi si placano, lenti si risale  la collina che porta al villaggio, esausti ed accaldati. Anche oggi, come ogni venerdi`,  il popolo piu` paziente del mondo ha rinsaldato il legame con la propria terra, ci ha fatto di nuovo l`amore; sa custodirla. Arrivederci a venerdi` prossimo Bilin, sara` ancora un giorno di primavera. Non riavrete i vostri olivi forse, ma portate il mento alto, un cuore generoso, e non avete tradito la vostra terra.

Cento ancora di queste primavere.

 

 

La primavera di Bilinultima modifica: 2008-04-18T15:33:04+02:00da handala83
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