Di ritorno da Betlemme

Nell`estate del 2005 ho partecipato ad una esperienza di volontariato nel campo profughi di Aida, vicino Betlemme. Da qui la mia volonta` di tornare in questa terra, avida d`acqua, ricca d`umanita`. Avevo un debito con quella gente che mi accolse con tanto piacere. O forse era solo l`amichevole odore di te` alla menta tra la polvere e le macerie dell`occupazione…

Ieri son tornato. Superato il check point tra Gerusalemme e Betlemme, veniamo accolti con la solita ospitalita` e ci viene offerta la colazione da dei palestinesi tassisti. Poi il giro nel campo profughi. L`associazione Lajee Center, che organizza campi di volontariato ogni estate, sta costruendo una propria sede, a qualche metro dal Muro; si respira l`entusiasmo. Gia`, il Muro, un pugno nello stomaco. Ti viene da curvare la bocca in espressione di disgusto, come per un frutto acerbo. Blocca la mobilita`, la vista, l`immaginazione, impone uno spazio. Le scritte e i disegni di protesta ricordano che la voglia di urlare la propria rabbia di vita e` insopprimibile. Tra tutte mi soffermo sulla solita, come tre anni fa, “stop the racist wall”. Viene da ridere a pensare che il Muro viene chiamato “barriera di separazione”, e le colonie “avamposti”. I disegni piu` toccanti sono quelli che raffigurano uno squarcio nel Muro, e lasciano immaginare il paesaggio negato dal blocco di cemento…sembra davvero di poter vedere oltre… Poi il riso lascia il posto alla rabbia, e questa all`amarezza di chi si sa` impotente. E` piacevole abbandonarsi a leggere le scritte, ogni traccia lasciata, immaginarsi la faccia, la storia dell`autore. Ci si sente meno soli…e si restituisce dignita` al graffito anonimo. La vita va urlata.

Dopo le devastazioni dell`esercito israeliano nel 2000 (in seguito allo scoppio della Seconda Intifada) e nel 2002 (ricordate l`operazione “Scudo difensivo” lanciata da Sharon? il massacro nel campo profughi di Jenin?), quando io visitai il campo nel 2005 i segni della violenza erano ben visibili. Case demolite a meta` o del tutto, muri sbrecciati dalle pallottole, polvere macerie e abbandono. I bambini ci salutavano dalle palazzine devastate, senza finestre. Ora si ha l`impressione di una volonta` di ricostruire, di ricominciare ogni volta, con una ostinazione quasi incredibile, con dietro l`angolo la paura di ritrovarsi un` altra volta a cielo aperto, senza un tetto. Salah, uno dei responsabili del Lajee Center, mi dice sarcastico che il Muro protegge anche i palestinesi dalla facilita` con cui avvenivano le incursioni israeliane nel campo prima della sua costruzione: “ci attaccano dal cielo, dalla terra, dalla casa accanto”. Poi i bimbi di ritorno dalla scuola, il viso solcato degli anziani che hanno visto troppo, le tragiche storie dell`occupazione. Questa gente spera ancora di tornare alle proprie case in Israele, dalle quali sono stati cacciati durante la guerra del 1948. I diritti, si dice, non sono negoziabili. Qualche vecchio, racconta Salah, ha potuto realizzare il proprio sogno, in piccolo: poter mangiare un fico d`india che proviene dal suo villaggio (ora distrutto o abitato da israeliani), o bere l`acqua del fiume dove e` cresciuto. Le foto del suo villaggio mostrano rovine, le rovine aprono alla nostalgia di un passato ormai mitizzato. Chissa` se i vecchi qui hanno ancora lacrime da piangere…

Sulle colline vicino Betlemme, si ergono i casermoni delle colonie israeliane, massicci, imponenti, anonimi, fuori luogo. Quella li` e` Gilo, quell`altra e` Har Homa. Si espandono, rubano terra, svuotano di ogni rilevanza i tentativi di negoziare una pace. Son protette e isolate da stradoni percorribili solamente dai coloni. Ogni colonia e` collegata all`altra da una rete di strade ad esclusiva accessibilita` dei coloni, che chiudono le citta` palestinesi in un reticolo di prigioni a cielo aperto. Dio mio, l`occupazione israeliana e` uno dei fenomeni piu` impressionanti della storia contemporanea. Chissa` cosa si scrivera` nei libri di storia tra cinquant`anni…

La scuola dell`UNRWA (l`Agenzia delle Nazioni Unite che assiste i profughi palestinesi) ha costruito un nuovo accesso ed ha murato le finestre, in modo da proteggere i bimbi che si recano a scuola dal tiro dei cecchini. A noi, nelle nostre comode poltrone, ci verra` detto che un altro terrorista e` stato colpito dall`esercito israeliano, e faremo presto a dimenticare. A noi le menzogne, alle madri lo strazio di un bimbo rimasto a terra nella gioia spensierata del suo ultimo gioco. L`occupazione continua ogni giorno, non fa notizia, e` la normalita` ormai.

Salah ci invita a condividere il pranzo con i ragazzi che escono da scuola. “Un altro giorno Salah, te lo promettiamo, un altro giorno…”. Mentre torniamo a Gerusalemme, contrattando il prezzo del viaggio (15 shekel! no, 10! 12 e non se ne parla! Bene, ah, lavorate al Consolato italiano, ma sentite, per avere un visto… sicuro? dall`Italia non ci sono chek point per la Germania? Niente check point? Sapete, ho amici in Germania…e una famiglia da campare), chissa` da dove arriva De Andre`, Sidun, canzone che narra la tragedia di un campo profughi palestinese durante la guerra civile in Libano:

“e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio
ciao bambino mio l’eredità
è nascosta
in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte”.

 

 

Di ritorno da Betlemmeultima modifica: 2008-03-25T21:40:00+01:00da handala83
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