Oltre la cronaca. Una riflessione.

Dopo qualche giorno dall’attacco alla scuola rabbinica Mercaz Harav , voglio azzardare una riflessione, una visione.

Qualche giorno fa il giornalista israeliano Uzi Benziman scriveva sul quotidiano Haaretz che la vera questione nodale del conflitto, piu’ che quelle sul tavolo negoziale (sovranita’ su Gerusalemme, questione dei confini dei due Stati e diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi), sia la percezione reciproca di israeliani e palestinesi. Vale a dire come l’uno percepisce l’altro. Se i discorsi nazionali continueranno a dipingere l’uno come un conquistatore demoniaco da ributtare a mare, e l’altro come una presenza minacciosa da estirpare in quanto non accetta l’esistenza dello Stato ebraico, allora non ci saranno le (pre)condizioni per una comprensione reciproca.

E’ decisivo, secondo me, andare a vedere le strutture attraverso le quali nella societa’ si (ri)produce il discorso nazionalista, dove si “costruisce”, prende forma e si legittima. A chi interessa. L’attacco alla scuola rabbinica non e’ stato un attentato terroristico che ha colpito indiscriminatamente tra la poplazione israeliana, ma si e’ diretto contro il simbolo, la fucina del sionismo religioso. Dalle scuole rabbiniche (per farsi un’idea: alcuni rabbini formatisi in queste scuole hanno legittimato l’uccisione dei civili palestinesi da parte dell’esercito e hanno chiesto l’esecuzione di chi si rifuita di prestare il servizio militare) e’ nato dopo la Guerra del 1967 il Movimento Gush Emunim per la “redenzione” della Giudea e Samaria, terre destinate da Dio al popolo eletto, ed occupate in seguito alla guerra stessa. In altre parole per la colonizzazione della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est e il trasferimento coatto dei palestinesi fuori dai territori occupati. Il sionismo religioso e’ ben rappresentato anche nella Knesset, da partiti ultranazionalisti e ultrareligiosi che insieme quasi raccolgono il 15% dei consensi nella societa’ israeliana. Il potere di influenza di questo “blocco” di societa’ israeliana e’ elevato, molto al di sopra della sua effettiva rappresentanza, e riesce a scavalcare persino le dirigenze politiche nell`imporre l`agenda e le priorita` politiche.

Dalle scuole rabbiniche escono gli avanguardisti della colonizzazione; le politiche di lungo perdiodo dei governi israeliani volgono all`espansione delle colonie nei territori palestinesi, alla ebraizzazione di Gerusalemme est e alla confisca di terre palestinesi: insomma alla politica del fatto compiuto; i governi prima di Sharon ed ora di Barak hanno rinsaldato i legami tra politica e forze di difesa. Il sistema mediatico israeliano esclude a priori la versione palestiense, ed e` in gran parte allineato all`establishment politico-militare dominante. Questo “blocco storico”, ora egemone, prepara e combatte la guerra.

In questi giorni il governo di Olmert (al quale partecipano i laburisti di Barak) ha dato il via libera alla costruzione di oltre 700 nuove abitazioni nella colonia Givat Ze’ev, in Cisgiordania, e di altre 300 nei sobborghi di Gerusalemme est (la parte araba della citta’ occupata nel 1967, che dovrebbe essere la capitale del futuro stato palestinese). La comunita` internazionale protesta, come protestava dieci anni fa…  ll piccolo partito ultraortodosso Shas, ora al governo, reclama vittoria per l’ampliamento delle colonie, in barba a tutti i dettami della Road Map e degli altri accordi di congelamento della colonizzazione, passo priliminare per qualsiasi intesa negoziale. Lo stesso Shas si dice pronto a far cadere il governo nel momento in cui Barak cominci i negoziati su Gerusalemme, che deve rimanere indivisibile e sotto la esclusiva sovranita’ israeliana.

Nel 1991, agli inizi del processo di pace, c’erano 243 000 coloni israeliani nei Territori palestinesi, nel 2000 (i tempi del Vertice di Camp David, dei governi laburisti, delle speranze di pace) il numero era salito a 390 000 e nel 2005 a 460 000. Basta prendere una mappa di Israele e Territori palestinesi, che segnali la presenza delle colonie israeliane (magari anche espansione e ingrandimento), per capire dove si va a parare. L’obiettivo neanche celato e’ la chiusura di Gerusalemme con una cintura di insediamenti tutt’attorno, e la frammentazione della Cisgiordania (le colonie israeliane sono collegate da stradoni non accessibili a “non ebrei”, che hanno rinchiuso le citta’ palestinesi in grandi enclave), che precluda qualsiasi continuita’ territoriale e renda di fatti impossibile la creazione di uno stato palestinese. Negoziare adesso significa negoziare sul niente: e’ praticamente impossibile la creazione di uno stato palestinese a meno che non si evacuino tutte le colonie aldila’ della linea Verde (i confini prima del 1967). Occorre spezzare il “blocco della guerra “, occorre che in Israele prima di tutto emergano le forze del dialogo, della convivenza, della pace. Ci sono: c`e’ una cetegoria di nuovi storici che ha messo in discussione i principali miti della storiografia sionista (ancora minoranza negli ambienti accademici); un gruppo di studiosi ed intelletuali “post-sionisti” con l`obiettivo di fare di Israele lo stato dei suoi cittadini piuttosto che degli ebrei; associazioni e movimenti per i diritti umani, per il dialogo e la coesistenza, per la fine dell`occupazione; giornalisti, artisti, quantaltro. Solo nella misura in cui queste forze convergano (a formare un altro blocco storico) e diventino egemoni nella societa` israeliana, diventera` possibile rompere il blocco della guerra e ricostruire finalmente un`immagine di Se` e dell`Altro conciliabili. Qui o si ricomincia da capo o non si va da nessuna parte, le cerimonie e le strette di mano hanno venduto fumo per quindici anni ormai. Bisogna riprendersi le parole e la loro autenticita`, ridefinire i valori, riconoscere le ragioni dell`Altro. Allora verra` il tempo della pace.

Amira Hass, scrittrice e giornalista israeliana, rivolge un appello alla leadership palestinese affinche` intraprenda azioni di resistenza nonviolenta contro le politiche di annessione israeliane e abbandonare lo status di nomenklatura buona solo per le cerimonie preparate da Europa e Stati Uniti. Ci vuole piu`Gandhi, sostiene. Dice che tali azioni non bloccherebbero certo la colonizzazione, ma almeno servirebbero a porre fine allo status quo, che giova solo a Israele: annessione striciante, negoziati senza fine, uccisioni ed angherie quotidiane dell`occupazione. Lei e` messaggera di pace, guarda lontano. La resistenza nonviolenta all`occupazione infatti, oltra ad essere il meno possibile sanguinosa, propone un`altra visione dell`altro e di se` stessi, una nuova prospettiva, conciliatoria e propositiva: e` questo l`aspetto rivoluzionario. E non si tratta di utopia: e` messa gia` in pratica da migliaia di palestinesi tutti i giorni e da intere comunita`. I leader arrivano dopo, non capiscono, o semplicemente a loro non conviene.

Il primo passo pero`, decisivo, deve farlo il Gigante: non puo` una comunita` divisa, fiaccata, violentata da quarant`anni di occupazione far da sola. Israele ha il fucile (mediatico, politico, militare), Israele prima di tutti deve metterci un fiore, deve imparare a guardare lontano, oltre la cronaca.

…mentre scrivo le forze israeliane  rispondono con una serie di arresti e uccisioni di (presunti) militanti alle richieste palestinesi di cessate il fuoco -Hamas prima di tutto. La pace non conviene…ci si illude di trovare la pace dai signori della guerra…

 

Oltre la cronaca. Una riflessione.ultima modifica: 2008-03-13T11:50:00+01:00da handala83
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4 pensieri su “Oltre la cronaca. Una riflessione.

  1. Bella riflessione; sono daccordo con il discorso che fai sulla riproduzione del nazionalismo, mi ha fatto venire in mente un libro di Hobsbawm che si chiama “l’invenzione della tradizione” in cui si descrive il processo per cui un popolo X si rapporta ad un’altro Y (e si autorappresenta) essenzialmente come non Y. Ciao bello, continua a tenerci informati.

  2. Purtroppo la soluzione della non violenza si è dimostrata sbagliata in molte occasioni, ma spero in qualcosa che almeno gli possa somigliare molto.
    “Se vivi a testa alta almeno ricordati l’elmetto”
    Ciao e grazie per le testimonianze di vita.

    Francesco Castorani.

  3. e poi tutto finì!
    hanno chiuso le porte!
    continuano a trovare le scuse per continuare a fare ciò che vogliono.
    A chi giova?
    Dante

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