Palestina, Nabi Saleh: la repressione in diretta [PARTE 1/2]

Palestina_NabiSaleh.jpg Il villaggio di Nabi Saleh si trova poco più a nord di Ramallah, nel centro della Cisgiordania occupata, tra dolci colline di uliveti. E’ uno di quei villaggi – come Bi’lin, Ni’ilin, al-Ma’sara – che lottano contro la confisca delle proprie terre dovuta alla costruzione del Muro dell’Apartheid e delle colonie israeliane.

Ogni venerdì, dopo la preghiera di mezzogiorno, i residenti di Nabi Saleh e dei villaggi adiacenti, insieme ad attivisti israeliani e internazionali, marciano dalla piazza del paese (“Piazza dei Martiri”, in ricordo dell’alto numero di uccisi durante le due Intifada), verso la zona militare all’entrata del villaggio nel tentativo di riappropriarsi simbolicamente delle terre confiscate.

La colonia di Halamish infatti, situata nella collina di fronte, ha già portato via ettari di terra fertile ed ora i coloni cercano di appropriarsi anche della preziosa sorgente d’acqua. Il villaggio intero, dai bimbi agli anziani, ha scelto quindi la via della resistenza popolare contro il lento restringersi dello spazio vitale e il furto delle suo risorse naturali.

Nabi Saleh paga a caro prezzo la scelta della resistenza: le Forze di Occupazione Israeliane tentano di stroncare le proteste del villaggio attraverso punizioni collettive come incursioni notturne, arresti arbitrari, chiusure e checkpoint all’entrata del villaggio con l’intento di umiliare e tormentare i residenti. L’uso sproporzionato della forza, le punizioni collettive e le persecuzioni legali fanno parte di una strategia di repressione messa in atto da Israele nel tentativo di stroncare la resistenza popolare palestinese contro il Muro dell’Apartheid e le colonie israeliane.

La lotta congiunta – palestinesi, internazionali e israeliani – è infatti un fenomeno crescente che preoccupa seriamente l’establishment israeliano. Ma è legge fisica e morale che fin quando c’è oppressione per forza di cose c’è resistenza, e più la vitalità di un popolo è soffocata più questa riemerge con maggior forza e determinazione. Nabi Saleh rifiuta di morire per lento e silenzioso strangolamento, e le proteste del villaggio continuano nonostante le intimidazioni e la repressione.

Venerdì 4 settembre l’esercito israeliano decide di bloccare l’entrata del villaggio. Bisogna scendere dal taxi per le solite domande. “Dove vai?”. “Che ci fai qui?”. “Questa oggi è zona militare chiusa!”. Inutile insistere: “fai un passo e ti arrestiamo”. In Palestina ci sono sempre mille soluzioni per un problema, l’arte dell’arrangiarsi qui signica sopravvivenza. Salgo sul primo taxi: “L’entrata è chiusa? Nessun problema, ci penso io, sali su!”. Si aggira il posto di blocco, si attraversano un paio di villaggi, ci si ferma in uno per la preghiera del venerdì, si riparte e si entra a Nabi Saleh arrancando per le stradine dissestate della campagna palestinese.

L’ospitalità è uno degli aspetti più importanti della cultura palestinese. Saluti, caffè al cardamomo, tè alla menta, olio e zaatar sono rituali sociali irrinunciabili. Ci si conosce perché bisogna fidarsi l’un dell’altro. “Vogliamo essere un modello di resistenza e una fonte di ispirazione per altre realtà nei Territori Occupati”, afferma Bassem, tra i membri più attivi del consiglio del villaggio. “Nel villaggio la Terza Intifada è già cominciata!”. Parole sante.

Praticamente tutta la famiglia di Bassem partecipa alla protesta: sua moglie e i quattro figli, dal più piccolo – che non ha neanche 10 anni – al più grande – appena maggiorenne. Solo sua mamma, ultra-ottantenne, rimane a casa. I solchi delle rughe raccontano già di tre occupazioni: il Mandato britannico (1922-1948), la monarchia giordana (1948-67) e infine gli israeliani (1967-oggi).

La marcia dei dimostranti viene intercettata dalle Forze di Occupazione Israeliane prima che raggiunga le terre espropriate. I bimbi sembrano abituati ai mitra dei soldati, e ripetono i canti patriottici imparati dagli adulti. “Avete 5 minuti per andarvene, poi interveniamo”, minacciano i militari. “Abbiamo il diritto di accedere liberamente nella nostra terra”, rispondono i residenti. “One two three four / Occupation no more!”, è lo slogan che senti ripetere un pò ovunque in Cisgiordania. Spesso ti chiedono anche ‘Bella Ciao’. Non passano 5 minuti che i soldati cominciano a spingere i dimostranti indietro verso il villaggio. Si cerca di resitere come si può: si spinge, ci si siede per terra. Partono le prime bombe sonore, i primi lacrimogeni. Comincia la sassaiola degli shabab (ragazzi, in arabo). Quattro jeep militari invadono il villaggio: inizia la repressione.

Nabi Saleh si riempe di gas tossico, i soldati irrompono nelle case in cerca degli shabab. La sassaiola si fa più fitta: praticamente ogni singolo abitate del villaggio ha una pietra in mano. “Fuori dalle nostre case!”. I militari usano candelotti di gas lacrimogeno e proiettili rivestiti di gomma: sparati a distanza ravvicinata diventano armi letali, che hanno già ucciso o ferito gravemente decine di dimostranti. Qualche mese fa, uno di questi proiettili ha sfondato il cranio del piccolo Ehab Afdal Barghouthi, 14 anni, ancora gravemente ferito.

Già due attivisti israeliani sono stati arrestati nella prima parte della marcia, nel tentativo di interporsi tra i soldati e i dimostranti palestinesi. Ora, nella confusione generale, si è perso il conto degli arrestati e dei feriti. Le jeep si dirigono verso l’uscita del villaggio, e vengono investite da un’altra pioggia fittissima di pietre. Dietro front: riprendono la direzione del villaggio. Subito si preparano le barricate, si cerca di ostruire il passaggio delle jeep. Alcuni soldati scendono dai veicoli e avanzano verso i dimostranti. L’imprudenza di non aver il viso coperto: “Lui”, indica un ufficiale. Tre soldati si precipitano in questa direzione. Bisogna indietreggiare piano, correre e voltare le spalle può essere pericoloso. “Te lo avevo detto di stare alla larga. Ora sono guai”.

“Dentro!”. Le porte della jeep si aprono e si richiudono. Già tre soldati e un’attivista israeliana riempiono il retro del veicolo. Lei ha le mani legate dietro alla schiena. La stretta ai polsi è troppo violenta, il sangue non passa e le mani sono pallide. “Per favore, la macchina fotografica, sta scivolando dalla spalla”, riesce a dire d’un fiato. Il tempo di un gesto veloce e di uno sguardo d’intesa. La jeep si dirige veloce verso la base militare più vicina, nella colonia Halamesh, mentre nel villaggio continua la repressione.

Palestina, Nabi Saleh: la repressione in diretta [PARTE 1/2]ultima modifica: 2010-09-26T11:31:00+00:00da handala83
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