La resistenza popolare a Nabi Saleh. La detenzione. [Parte 2/2]

Palestina_Nabi-Saleh2.jpgCi sono circostanze straordinarie in cui il cervello umano, in un tempo infinitesimale, riesce a coprire con lucidità una quantità di pensieri inimmaginabile in situazioni normali. Le conseguenze dell’arresto di solito sono tre, ordinate per gravità: l’espulsione dal Paese e il divieto di rientro per almeno 10 anni; il bando da una determinata area o altri tipi di restrizione del movimento per un certo periodo di tempo; il rilascio in giornata dopo una breve detenzione. Nel primo caso, oltre a non rimetter piede in Palestina, oltre a non rivedere più amici e compagni, si scontano le conseguenze anche in patria.

In tutti e tre i casi si finisce nella “lista nera” delle persone sgradite, e probabilmente si viene respinti indietro alle frontiera, la prossima volta. Anche questo preventivato. Ora: non ho aggredito soldati, non sono stato preso per aver tirato pietre o commesso altri atti “violenti”. La lucidità fotografa la realtà, e la speranza si aggrappa alla diapositiva migliore: il rilascio in giornata.

Il viaggio dura qualche minuto. Le porte della jeep si aprono. “Seguiteci, forza!”. Due soldati accompagnano la marcia silenziosa verso il centro di detenzione, una struttura usata per le esercitazioni dei soldati della base militare. La forma è quella di un piccolo fabbricato. Pareti crivellate di fori, pavimenti sporchi, stanze completamente vuote con una sedia al centro, fili elettrici che penzolano dal soffitto: l’immaginazione tira un brutto scherzo e per un istante sembra di entrare in una camera di tortura di qualche film sui desaparecidos argentini. Un brivido gelido percorre la schiena, prima di riacquisire la lucidità.

Non è mai successo che un attivista internazionale venisse torturato o seviziato dai militari israeliani. Israele tiene più di ogni altra cosa all’immagine di “unica democrazia del Medio Oriente”, di cui gode presso molti Stati occidentali. Un passaporto italiano stabilisce la differenza tra un trattamento al limite della decenza e l’inferno sotto cui passerebbe un palestinese.

Ci sono tre stanze. Nella prima un uomo sulla trentina che misura la stanza a passi nervosi, nella seconda due ragazze sedute l’una accanto all’altra. Gli sguardi si incrociano per un cenno d’intesa: sono chiaramente attivisti del gruppo israeliano “Anarchists Against the Wall”, in prima linea nella lotta congiunta con i palestinesi. “Avanti, dentro!”. Non ci sono porte, e in ogni stanza c’è una finestra. Il tempo di scorgere l’immagine di uomo bendato in ginocchio per terra, nello spiazzo davanti al fabbricato, con le mani legate dietro alla schiena, e due soldati in piedi accanto: devono aver arrestato anche un ragazzo del villaggio.

Dalla porta spunta il volto di una delle ragazze: “Ciao, mi chiamo T. E’ la prima volta che ti beccano?”. “Piacere, E. Sì, è la prima volta e…”. Non c’è tempo per altro, vuole comunicare qualcosa di urgente: “Senti, non hanno il diritto di arrestarti senza accuse. Questa detenzione diventerà illegale tra tre ore, se non formulano un’accusa precisa. Non preoccuparti, abbiamo già avvisato il nostro avvocato, in caso. Non dire niente, qualsiasi cosa possono usarla contro di te in un eventuale processo. Non firmare niente  in assenza di un avvocato”. Non è raro che degli attivisti siano stati espulsi: “Senti, la mia unica preoccupazione è non finire sul primo aereo per l’Italia”. Lei, angelica: “Non penso succederà, stai tranquillo, siamo cinque, forse non avranno voglia di cominciare il tran-tran di un processo”.

“Ehi, voi due, silenzio! Tu, rientra nella stanza!”. Meglio non irritare un ragazzotto di vent’anni con un mitra in mano. Sarà passata almeno un’ora e mezza, ancora niente. Non si sa perché si è lì, per quanto tempo, se se ne uscirà e come. Arriva una bottiglia d’acqua. Deve essere chiaro che tra un detenuto e un militare di un esercito di occupazione non c’è spazio per il riconoscimento, per lo scambio. Meglio patire la sete. Il militare sbuffa ed esce, irritato.

Non ci sono solo soldati in servizio. Un paio di ragazze del campo di addestramento entrano nel fabbricato incuriosite. Fissano a lungo questi strani personaggi che avranno sicuramente commesso qualcosa di orribile e che meritano una punizione. L’oggetto della curiosità, ovviamente, è l’unico non israeliano. Una entra nella stanza: “Da dove vieni?”. Niente. “Ehi, dico a te, da dove vieni? Che hai fatto per finire qui?”. Non una parola, non un movimento. Passa al contatto fisico. Si affaccia T., la detenuta israeliana, che le urla qualcosa. Ne viene fuori un battibecco interminabile e i soldati sono costretti ad intervenire per ristabilire l’ordine e il silenzio. La soldatessa in licenza esce innervosita. Lezione imparata: con le anarchiche israeliane non si scherza.

I soldati si annoiano, allentano la sorveglianza. E’ il momento per ringraziare T., il mio avvocato improvvisato. “Siete tutti refusnik (chi in Israele rifiuta di prestare il servizio militare), vero?”. “No, io ho servito nell’esercito”. Si trattiene prima di aggiungere: “A Gaza”. “A G-a-z-a?!”. Scorrono nella mente le immagini dell’operazione Cast Lead, dicembre 2008/gennaio 2009: 1400 persone uccise, 5000 ferite, tutte le principali infrastrutture civili della Striscia di Gaza distrutte.

Gaza: il più grande e affollato campo di concentramento a cielo aperto del mondo bersagliato da tonnellate di esplosivo via mare, cielo e terra da uno degli eserciti meglio equipaggiati al mondo. Lei deve aver intuito questi pensieri e precisa: “Ma non ho mai preso parte ad attacchi militari. Eravamo in una base di sole donne, al confine nord della Striscia di Gaza. Gli ufficiali, per terrorizzarci, ci ripetevano di stare all’erta perche gli arabi avrebbero potuto attaccare la base da un momento all’altro”.

Si interrompe, guardando l’orologio: “Son passate tre ore, da adesso questa detenzione è ufficialmente illegale”. Poi riprende il filo, come se niente fosse: “Vengo da una tipica famiglia israeliana convinta di esser sotto costante minaccia di sterminio. Già qualche crepa si era insinuata nella fortezza della propaganda ufficiale, ma non è facile uscirne, tutta la società è così militarizzata, sessista, monolitica, non ci sono spiragli per il dissenso”. La domanda vien da sé: “E quale è stato il momento di rottura?”. Continua, fissando dritto negli occhi: “Un giorno ero di guardia e per la prima volta nella mia vita (sic!) ho visto dei palestinesi: un gruppo di bambini che si recavano a scuola. Sono rimasta scioccata. Per giorni fui assillata dal pensiero: sono questi i terroristi da cui ci dobbiamo difendere? Poi è stato tutto uno scoprire, passo dopo passo, la vera natura del sionismo, la realtà dell’occupazione…”.

nabisaleh10.jpg“Ehi voi due! Ora mi avete proprio stufato!”. L’ufficiale di guardia perde la pazienza. Strattonati negli angoli più lontani delle rispettive “celle”, le prossime due ore e mezzo saranno un’interminabile attesa in cui le esigenze del corpo prenderanno il sopravvento: i crampi della fame, la disidratazione e il caldo causano nausea e un’insopportabile mal di testa. Non resta che appoggiare la testa alla parete, chiudere gli occhi e non pensare più a niente. Neanche alla bottiglia d’acqua in bella vista, al centro della stanza.

“Tu, seguimi!”. Il militare si dirige verso i fabbricati degli ufficiali. Esce quello che sembra essere l’ufficiale di più alto grado, che tenta un interrogatorio: “Che ci fai qui? Dove vivi? Quanto tempo rimani?”. Ostinato silenzio. “Volevo lasciarti andare, ma visto che non vuoi collaborare, ora siamo costretti a trattenerti”. Intimidazioni. E’ il momento di mettere in pratica la lezione appresa prima: “Non apro bocca se non in presenza di un avvocato”. “Ah sì? L’avvocato vuole lui! Allora si vede che hai qualcosa da nascondere! Allora si vede che hai commesso qualcosa!”. L’ufficiale porge il passaporto e indica l’uscita: “Puoi andare”. Passo lento, l’unico pensiero va ai compagni ancora dentro. Chissà se mai li rivedrò. Ma non c’è spazio per il rammarico, anzi, una sensazione di sollievo invade il corpo: è la consapevolezza di non esser soli al mondo, di riconoscersi nelle lotte e nelle speranze di altri esseri umani, e fare un pezzo di strada insieme.

Dei taxi palestinesi passano e non si fermano: la base militare è ancora troppo vicina e i conducenti pensano che un colono israeliano impazzito voglia salire su un taxi palestinese. Bisogna urlare una frase in dialetto palestinese per fermare un veicolo e ricevere il largo sorriso del conducente: “Birzeit? Forza, Sali su!”.

La resistenza popolare a Nabi Saleh. La detenzione. [Parte 2/2]ultima modifica: 2010-09-26T11:36:00+00:00da handala83
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