La morte in regime di apartheid – in memoria di Qaher Mousa Aladdin

SDC10941.JPGQaher Aladdin è morto un lunedì di Ramadan, il 14 settembre 2009. La notizia mi giunge per email, poche ore prima del volo per l’Italia, dopo nove mesi in Palestina. I primi minuti di negazione della realtà, poi la cruda verità fa il suo corso necessario, e la notte sarà un’insonnia agitata. Qaher è morto a causa di un incidente stradale, a quanto pare. Che morte stupida, per un rivoluzionario, penso amaramente.

Qaher è un palestinese. Ha 29 anni, due piccoli bimbi, un maschio e una femmina. Laith, un diavoletto che si arrampica ovunque, e Nadin, tenera bimba che ti guarda incuriosita, dietro i muri. I suoi piedini convergono verso il centro, ragion per cui deve portare le scarpe al contrario, dice il dottore. Sgambetta felice quando mi riconosce.

Qaher insegna nella scuola del suo villaggio, al-Ma’sara, pochi chilometri a sud di Betlemme. Non solo. È anche un membro attivo del Comitato locale contro il Muro e le colonie israeliane, e partecipa alle dimostrazioni nonviolente che ogni venerdì, dopo la preghiera di mezzodì, radunano palestinesi insieme ad attivisti internazionali e israeliani. La marcia di protesta si dirige verso il tracciato del Muro, presidiato dai soldati israeliani, a reclamare terra, diritti, dignità.

La sua casa, ancora incompiuta, è la tipica casa palestinese in cui ogni singolo elemento è votato all’accoglienza e all’ospitalità. A volte, il giovedì sera, succede che mi fermi da lui, per poi andare insieme alla consueta protesta del venerdì. Ricordo la sua generosità istintiva, la sua umanità semplice e dignitosa, la premura e l’ironia. La forza di ridere anche in faccia alla tragedia, nonostante tutto.

Una notte si alza alle tre: va al mercato di Hebron per vendere una pecora e tirar sù qualche soldo. Quando mi sveglio, la mattina dopo, lui è già tornato e dorme. La giovane moglie, Tasnim, gli rimbocca silenziosamente le coperte. Qaher dorme con me, per terra, su un materasso. Gli amici condividono tutto, il pane e il pavimento. La mattina dopo facciamo colazione insieme, seduti in cerchio davanti alle pietanze. Il pane ancora caldo, il latte appena munto, e poi patate, pomodori, uova, olio e zatar. Spezza il pane e mi invita al pasto: “Produco tutto io”, mi dice fiero. Alla vita basta poco, il necessario; è l’avidità che costa molto.

Qaher crede fermamente nella lotta nonviolenta che il villaggio porta avanti da qualche anno ormai. Sà l’inglese, ragion per cui di solito accompagna gli attivisti che visitano il villaggio. Quel maledetto 14 novembre è con una giornalista francese venuta per realizzare un documentario. Lui si offre di accompagnarla. Sulla strada la macchina si rompe e chiamano un taxi. Ad un incrocio il taxi si scontra con un camion: il conducente muore sul colpo, la francese resta gravemente feritia. Anche Qaher muore, vittima dello sfortunato incidente.

Giorni dopo, dal resoconto di testimoni vengo a sapere la verità. Qaher non è morto a causa dell’incidente, ma molto più tardi, in ospedale. Cosa è successo allora? Qaher è stata una delle tante vittime silenziose dell’aparthied israeliana, del sistema spietato di segregazione razziale che gli israeliani hanno istituito nei territori palestinesi occupati.

È andata pressappoco così. Dei soldati israeliani, lì per sorvegliare una delle tante colonie costruite illegalmente in Cisgiordania, notano l’incidente e intervengono. Ma non bloccano il traffico, come succede quando ad esser coinvolto è un israeliano. Chiamano un’ambulanza che arriva dalla colonia vicina (nei villaggi palestinesi non ci son neanche medicine), preleva la francese e in venti minuti arriva all’ospedale Haddassah di Gerusalemme, passando per una strada dell’apartheid, una delle tante strade che collegano le colonie e queste ad Israele. Sono strade vietate ai palestinesi e accessibili solamente agli israeliani.

Qaher viene lasciato lì per terra, ferito, senza nessuna cura, perché è un palestinese. Perché è normale che sia così in regime di apartheid. Il tuo sangue non vale niente, amico mio.

I palestinesi che assistono alla scena sono costretti a chiamare un’ambulanza da Betlemme che, passando per le strade palestinesi, impiega 30 minuti ad arrivare sul posto. Altri 30 minuti per tornare in ospedale, a Beit Jala, vicino Betlemme. Impiega un’ora per percorrere la metà della strada fatta dalla francese per arrivare a Gerusalemme, più a nord. La metà della strada, il doppio del tempo. Succede in regime di apartheid. Quando arriva sul tavolo operatorio, Qaher è morto, probabilmente a causa di un’emorragia interna. La giornalista francese sopravvive. Qaher no, lui, così robusto, non ce la fà. L’hanno ammazzato.

Qaher, amico mio, anche tu a ingrossare le file dei martiri. Ricordo che ripetevi sempre, con un gesto largo delle mani: “Anche noi palestinesi siamo come tutti gli altri esseri umani, abbiamo gli stessi diritti, vogliamo semplicemente vivere in pace nella nostra terra”! Eh no. Tu sei morto proprio perché sei palestinese, e in regime di apartheid significa che sei un pericoloso criminale. Sei condannato fin dalla nascita. Così è stato. Nessuno parlerà di te. Nessuno si chiederà che fine faranno i tuoi piccoli bimbi, nessuno saprà del dolore di tua moglie, dei familiari. Non vendono certe notizie, amico mio, servono morti spettacolari. Chi risponderà ora ai perché del tuo fratellino, Mahmoud? Perchè, perchè, perchè, mi scrive. Avanti, rispondetegli voi, avanti, voi che parlate di pace e fate il deserto.

Lo vedi che non sei come tutti gli altri? Due esseri umani, due trattamenti diversi. Due ambulanze, due strade, due ospedali diversi. In regime di apartheid non siamo tutti esseri umani, amico mio. Tu sei morto perché sei un palestinese. Sei morto ammazzato, e solo.






 

La morte in regime di apartheid – in memoria di Qaher Mousa Aladdinultima modifica: 2009-11-24T22:01:55+00:00da handala83
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