verso il Kibbutz Yivon – appunti di un viaggio

Non amo viaggiare in autostop, ma a volte si risparmia qualche soldo e si conoscono nuove persone. Andiamo ad incontrare un amico isareliano nel kibbutz Yivon, nel nord della Galilea, al confine a nord-est col Libano e a nord-ovest con le Alture del Golan. Il viaggio in autostop si è rivelato un’ interessante esperienza antropologica fatta di brevi ed intense incursioni nell’intimità automobilistica di quattro “israeliani medi”. Voglio raccontare le loro reazioni alla nostra presentazione: “ciao, siamo tre volontari in Cisgiordania, a Betlemme, andiamo in un kibbutz vicino Rosh Pina”. La discussione non poteva che gravitare sul conflitto.

 

Partiamo di sabato, è la festività ebraica, lo shabbat, ed a Gerusalemme circolano poche automobili. Proprio quando temiamo di dover rinunciare un auto si ferma e ci carica su, direzione Tel Aviv. Aria spensierata, guida disinvolta. Due mesi fa un libro ha cambiato la sua vita. Il nostro autista, dopo aver letto “The God Delusion” (libro sull’infondatezza dell’esistenza di Dio), di Richard Dawkins, ha abbandonato la sua vita di ebreo-religioso-ortodosso ed è diventato ateo. Da quel giorno, dice lui, la sua vita è cambiata. Tutto sembra meno complicato, non capisce perché ebrei cristiani musulmani atei non possano vivere insieme. “ In Svezia”, che recentemente visitato, “la gente vive normalmente, senza dar troppo peso alle questioni religiose”. “In Israele invece”, continua, “la religione è parte della politica e influenza gli aspetti fondamentali della vita pubblica”. Ora gli vien da ridere quando sente dire che la Terra di Israele è stata promessa migliaia di anni fa da un Dio barbuto al popolo eletto, e che bisogna combattere per “redimerla” dagli arabi.

 

P8170071.JPGIl secondo passaggio ce lo dà un ebreo di origine russe, immigrato  in Israele 19 anni fa (l’immigrazione di ebrei in Israele viene chiamata aliyah, ovvero “ritorno”). Lui è il tipico esempio di “bravo cittadino medio” afflitto dal comunissimo morbo del “tutto ciò che Israele fa è giustificato dal sacro diritto alla difesa”, diffuso anche tra gente educata e mediamente intelligente. “Israele è il posto ideale per vivere”. Va bene, ma il sionismo? “Cosa c’è di male nel sionismo!?! Voler radunare qui tutti gli ebrei del mondo…”. E l’altra faccia della medaglia, la pulizia etnica dei palestinesi? Mai sentito parlare di rifugiati, campi profughi? Comincia ad agitarsi: “Noi siamo sotto attacco e dobbiamo difenderci”. Cosa c’entra con la difesa l’occupazione e la colonizzazione dei Territori palestinesi, le violazioni dei diritti umani? Non hanno anche loro il diritto di difendersi?”. Il nostro autista sbraita e urla, forse ci molla alla prima piazzola. “Se ci ritirassimo da Cisgiordania e Gaza i palestinesi ci attaccherebbero subito!”, inveisce. Noi: “E il massacro a Gaza? È anche quella difesa?”. “Certo! Cosa farebbe l’Italia se si trovasse sotto attacco? E poi la violenza è sempre l’ultima risorsa”. Ultima risorsa!?!. “Israele ha iniziato un attacco che ha provocato oltre 1400 morti senza che ce ne sia stato uno da parte israeliana. Mai sentito parlare dell’embargo a Gaza, delle centinaia di persone morte per  mancanza di appropriate cure mediche…insomma, chiediti quali sono le motivazioni della violenza da parte palestinese!”. Dobbiamo scendere. La discussione è stata animata e inaspettatamente il conducente si dice soddisfatto dello scambio di vedute. Nonostante il tipico atteggiamento israeliano del mettersi sulla difensiva non appena si criticano le poliche di Israele, nei suoi occhi di cittadino medio, vale a dire vittima impaurita della propaganda mediatico-militare, si era insinuato il tarlo del dubbio.

 

Terzo passaggio, ad Hadera. Un ragazzo di aspetto emaciato, grandi occhiaie nere, con chiari disturbi psicologici. Ha prestato servizio militare (dura tre anni in Israele) a Gaza. Lui è affetto dall’altrettanto famoso morbo del “negare tutto fino all’inverosimile”, diffuso tra gente più ingenua e generalmente meno istruita. Appena sente la parola “Cisgiordania”, cominciano le danze. Le dita non smettono di muoversi, si gratta ovunque, il volto si contrae in espressioni di ansia e turbamento, balbetta. Rifiuta di parlare del suo periodo di militare a Gaza. “A Gaza non c’è stata nessuna guerra, non c’è nessuna occupazione qui, nessun conflitto. Confini? Dove li vedi?! Qui è tutta Terra di Israele”. Pensiamo stia scherzando. “Fino a dieci anni fa non c’era nessun problema di convivenza tra ebrei ed arabi, nessuna guerra, lo ricordo benissimo”. In realtà, dalla fondazione di Israele ad oggi c’è stato un conflitto ogni dieci anni. “Poi i problemi sono venuti da fuori”, continua, “per giochi politici e per la presenza degli internazionali, che vengono qui e sentono solo la campana palestinese”. Lo informo che ho visitato praticamente tutta Israele e lavoro con israeliani, al che si agita ancor di più, quasi fosse dinanzi ad un plotone di esecuzione. Chiediamo: “Che ne pensi delle continue violenze dei coloni israeliani sui palestinesi?”. “Impossibile! Israele è uno stato democratico e, come in Europa, se qualcuno commette dei crimini viene sbattuto in prigione!”. Mi vien da ridere, immagino le prigioni israeliane riempite di 450 000 coloni, avremmo risolto il conflitto da un pezzo. E l’occupazione? “Dov’è? Vedete per caso soldati nei mercati delle città arabe?”. Faccio ancora uno sforzo per capire se è tutto una farsa o cosa. “Certo! Ad Hebron!”, replichiamo. “Ma Hebron è un luogo sacro, son lì per renderlo accessibile a tutti!”. Il colmo: ad Hebron 400 coloni fanatici hanno occupato la città vecchia e, protetti da 1400 soldati (4 per colono!), tengono letteralmente in ostaggio 170 000 palestinesi.

 

P8170067.JPGQuarto ed ultimo passaggio: coppia di giovani stile hyppie. Questa volta il morbo è meno pericoloso, due parole sole, “non ricordo”, ma è altrettanto diffuso specie tra ex soldati più o meno pentiti o consapevoli di aver fatto un lavoro “sporco”. Lui è stato soldato a Nablus, considerata dagi israeliani una delle città più “pericolose”. Cominciamo noi: “È una città meravigliosa: la vivacità del suq, gli hammam antichi, i vicoli misteriosi della città vecchia, l’ospitalità della gente, il cibo squisito, le arti e i mestieri tradizionali”. Lui: “Io ho avuto la sfortuna di averla vista con gli occhi del soldato, in un periodo della mia vita di cui non vado fiero e che voglio dimenticare. Ora a noi israeliani è vietato l’accesso lì [trattasi infatti di zona A, secondo gli Accordi di Oslo sotto pieno controllo dell’Autorità Palestinese], ma spero un giorno di poterci tornare in circostanze diverse”. Glielo auguriamo anche noi.

 

P8170054.JPGPoi l’atmosfera irreale del kibbutz Yivon: aiuole e villette, piscine e parchi, cibo e acqua a volontà, tutto armonicamente organizzato. Un paradiso. Mi chiedo come si possa condurre una vita normale e spensierata quando a qualche decina di chilometri un popolo vive sotto brutale occupazione militare da oltre 40 anni. La sera giunge nel kibbutz, dai peasi libanesi sul confine, il canto del muezzin. Di giorno si vedono persino le postazioni militari e le bandiere di Hezbollah. Nella collina di fronte al kibbutz, le rovine del villaggio palestinese distrutto nella guerra del 1948. Tutti segni di una realtà violenta che non può essere ignorata.

 

Un pensiero mi perseguita: nel 1947-49 lo stato israeliano fu fondato sulla pulizia etnica dei palestinesi; oggi il lusso del kibbutz riposa sullo sfruttamento e sull’oppressione (quasi invisibile agli abitanti del kibbutz) degli stessi.

 

verso il Kibbutz Yivon – appunti di un viaggioultima modifica: 2009-08-25T10:42:15+00:00da handala83
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