Sulla legittimità della resistenza palestinese: armata, popolare, nonviolenta

palestine-d.jpgDiscutere della resistenza armata e del diritto del popolo palestinese a difendersi è oggi più significativo che mai. Lo squilibrio di forza politica, militare e mediatica tra israeliani e palestinesi restituisce un’immagine del conflitto a dir poco grottesca: si ha la percezione che Israele sia sotto assedio e cerchi di sopravvivere agli attacchi di un popolo per naura violento che vuole a tutti i costi “ributtare gli ebrei nel mare”. Insomma i ruoli occupante/occupato, oppresso/oppressore si ribaltano.

I palestinesi hanno il diritto e la legittimità storica, morale e legale alla lotta nonviolenta per la liberazione così come alla resistenza armata, in quanto popolo sotto dominazione coloniale e occupazione militare da oltre 60 anni, e a causa del fallimento della comunità internazionale nell’applicare il diritto internazionale in Palestina. E’ necessario ribadire questo concetto, quasi vent’anni dopo la storica rinuncia alla lotta armata da parte dell’OLP in seguito Accordi di Oslo, sicuramente il periodo più disastroso della storia palestinese.

I palestinesi hanno tentato la via negoziale: negli ultimi quindici anni di “negoziati di pace” Israele ha accelerato la colonizzazione dei Territori Palestinesi Occupati; ha consolidato il controllo sul movimento delle persone e lo sfruttamento delle risorse palestinesi; ha istituito un sistema di apartheid peggiore di quello del Sud Africa razzista; ha ingabbiato i palestinesi in un sistema di prigioni a cielo aperto circondate dal Muro di Separazione, dalle colonie e dall’esercito. I palestinesi hanno fatto storiche concessioni (riconoscimento Israele, rinuncia lotta armata, cooperazione in diversi settori) ma Israele, col silenzio complice della comunità internazionale, ne ha approfittato per consolidare l’occupazione, violando gli accordi che esso stesso aveva siglato.

I Palestinesi hanno sempre portato avanti forme di resistenza nonviolenta, lungo tutta la lotta di liberazione. Persino ora che in molte comunità palestinesi si sono sviluppate forme di protesta popolari contro il Muro e le colonie (Bil’in, Ni’lin, al-Ma’sara) e che la resistenza armata è pressoché assente, la risposta dell’esercito israeliano è stata sempre la repressione violenta, le punizioni individuali e collettive.

La legittimità della resistenza palestinese è riconosciuta dal diritto internazionale. Nel 1965 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconosceva la legittimità della lotta per il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza da parte dei popoli sotto oppressione coloniale. La Risoluzione 3236 dell’Assemblea Generale del 1974 riconosceva esplicitamente il diritto collettivo del popolo palestinese all’autodeterminazione nazionale ed il diritto al ritorno dei profughi nello loro case. Infine, il Protocollo Addizionale I (1977) della Convenzione di Ginevra del 1949, dichiarava la lotta armata un mezzo per esercitare il diritto all’autodeterminazione. Decine di risoluzioni del Consilgio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ed ultima la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sull’illegalità del Muro (2004), hanno tutti denunciato le politiche della potenza occupante e le violazioni dei diritti collettivi ed individuali del popolo palestinese.

In tutti questi anni di finta pace si è sempre chiesto ai palestinesi, popolo sotto brutale occupazione militare, di rinunciare alla lotta armata e di rendere conto di ogni atto di violenza. Mai nessuno ha preteso lo stesso nei confronti di Israele, la potenza occupante, la causa prima di ogni atto di violenza in tutta la regione. I palestinesi hanno provato la resistenza armata, la via negoziale e la resistenza popolare nonviolenta: tutte le strade hanno incontrato la repressione israeliana e la riluttanza della comunità internazionale nel far rispettare le leggi internazionali e le norme universalemente accettate di giustizia umana nel caso dei palestinesi.

Il sionismo, ideologia razzista e coloniale che ha guidato le politiche della comunità sionista in Palestina fin dai primi del Novecento, è stato sempre palese nelle sue intenzioni: la colonizzazione-civilizzazione della Palestina e l’asservimento e l’espulsione di tutti gli abitanti nativi, i palestinesi. O addirittura la negazione della loro esistenza: “Non esiste una cosa come il popolo palestinese […] Non è come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono”, disse Golda Meir, 1969. Come ogni ideologia coloniale, il sionismo è per sua natura razzista: che utilizzi postulati religiosi come “il popolo eletto” e il diritto divino sulla “terra promessa”, o postulati ideologici come la “nazione ebraica universale” e ” la supremazia della razza ebraica”, il sionismo è un’ideologia esclusivista basata sulla pulizia etnica degli abitanti palestinesi autoctoni e la loro sostituzione con i coloni ebrei. Se si comprende l’essenza dell’ideologia sionista si può spiegare chiaramente la politica di Israele degli ultimi sessanta anni. Si spiega perché nel 1948 le milizie ebraiche espulsero tra 700 000 e 900 000 palestinesi dai confini di quello che doveva diventare lo “stato ebraico”; si spiega perché i palestinesi rimasti all’interno dello stato dal 1948 al 1966 furono sottoposti alla legislazione militare; si spiega perché nella Guerra del 1967, quando Israle occupò Cisgiordania e Striscia di Gaza, più di 300 000 palestinesi furono forzatamente espulsi dalla loro terra; si spiega la colonizzazione e il sistema di apartheid nei Territori Occupati. Si spiega perché quasi la metà dei maschi palestinesi è stato in prigione e perché a Gaza in tre settimane sono state massacrate oltre 1400 persone, già sotto assedio da mesi. L’idea e la prassi del sionismo, la pulizia etnica della Palestina, è stata realizzata lucidamente, costantemente, scientificamente, dai primi del Novecento ad oggi.

Tutti i tipi di resistenza contro l’oppressore sono legittimi, soprattutto se si ha di fronte una potenza priva di scrupoli, che si è dimostrata capace delle peggiori atrocità, e il giudizio su che tipo di resistenza impiegare contro l’oppressione spetta solamente alla popolazione oppressa. Pretendere che i palestinesi rinuncino alla violenza, o che solo la resistenza nonviolenza sia legittima, è atteggiamento arrogante e ipocrita, indizio di un approccio di retaggio coloniale. Perfino la resistenza nonviolenta non significa assenza di violenza. Tutt’altro, deve mirare al sovvertimento dello stato attuale delle cose. Mira alla lotta contro l’oppressore senza rispondere violentemente alla repressione. Questo non significa però che non debba causare violenza. Anzi, il prezzo da pagare talvolta deve essere alto: pestaggi, arresti, uccisioni. Inoltre, il metodo nonviolento si basa sul riconoscimento dell’innata umanità e del senso morale dell’oppressore che, trovandosi di  fronte alla propria brutalità e realtà di oppressore, opererebbe un cambiamento.

A questo punto mi chiedo se nel caso di personaggi come Hitler o i leader sionisti, guidati da precisi progetti di dominazione coloniale e razzista e conosciuti per le loro efferatezze, si possa far appello al loro senso di decenza morale. Mi chiedo se la lotta nonviolenta, non affiancata dalla resistenza violenta ed armata, sia efficace inquesti casi e quale sia il prezzo da pagare. Avremmo chiesto ai partigiani che lottavano contro l’occupante nazista di lasciare i fucili ed adottare solamente metodi di lotta nonviolenta? Siamo sicuri che le sofferenze non si sarebbero prolungate più a lungo? Lo stesso Mahatma Gandhi scrisse, nel 1938: “Quello che sta avvenendo oggi in Palestina non puo’ essere giustificato da nessun codice morale di condotta […] Avrei preferito che [gli arabi] scegliessero di resistere in maniera non-violenta a ciò che vivono come un intollerabile sopruso sulla loro terra. Ma, secondo i canoni universalmente accettati del giusto e dello sbagliato, non può essere detto nulla contro la resistenza araba, visto ciò che sta loro accadendo”.

La natura spietata del progetto sionista è stata palesemente espressa nei discorsi e negli scritti dei leader dello stato di Israele. Ad esempio Menachem Begin, 1947: “La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta […] Gerusalemme è e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz Israel verrà ricostruito per il popolo d’Israele. Tutta quanto. E per sempre”. Ben Gurion, il padre fondatore, nel 1948: “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre, per ripulire la Galilea dalla sua popolazione araba”. E ancora: “C’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Benjamin Netanyahu, 1989: “Israele avrebbe dovuto approfittare dell’attenzione del mondo sulla repressione delle dimostrazioni in Cina […] per portare a termine una massiccia espulsione degli arabi dei territori.” Yizhak Shamir, 1990: “I vecchi dirigenti del nostro movimento ci hanno lasciato un chiaro messaggio di prendere Eretz Israel dal mare al fiume Giordano per le future generazion”i. Ariel Sharon, 1998: “E’ dovere dei dirigenti d’Israele spiegare all’opinione pubblica […] che non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre”. Ehud Barak, 2000: “Se pensassimo che invece di 200 vittime palestinesi, 2 000 morti metterebbero fine agli scontri in un colpo, dovremmo usare più forza”.

Mi chiedo ancora a quale senso di decenza morale dovrebbero fare appello i palestinesi nel caso decidessero di portare avanti solo forme di resistenza nonviolenta. Spetta solamente al popolo palestinese il giudizio su che tipo di resistenza impiegare nella lotta contro l’oppressore sionista, in base alle diverse contingenze storiche e al tipo di minaccia che si trovano ad affrontare. E tutte sono legittime. Voglio solo ricodare che nessun movimento di liberazione e di emancipazione ha avuto successo senza il ricorso, accanto ai metodi nonviolenti e negoziali, alla resistenza vilenta contro la sopraffazione e l’ingiustizia.

 

Sulla legittimità della resistenza palestinese: armata, popolare, nonviolentaultima modifica: 2009-08-17T09:50:38+00:00da handala83
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