26/09/2010
Pianificare l'oppressione. Le complicità dell'accademia israeliana

A cura di:Enrico Bartolomei, Nicola Perugini, Carlo Tagliacozzo
Edizioni SEB 27 scheda volume: http://www.seb27.it/content/pianificare-loppressione www.seb27.it
Il libro nasce dall’esigenza di documentare all’interno del contesto accademico italiano i profondi collegamenti esistenti tra le università e il complesso sistema militare, di sicurezza e di oppressione israeliani, con uno sguardo molto attento alle università stesse come luogo di produzioni di ingiustizie nei confronti del popolo palestinese. I contributi raccolti forniscono, da un lato, una riflessione sull’articolato sistema di occupazione, colonialismo e apartheid israeliano, e una panoramica storica degli effetti di questo sistema sull’istruzione palestinese; dall’altro, essi mostrano il ruolo decisivo che l’accademia israeliana ricopre nel fornire gli apparati ideologici e tecnologico-scientifici indispensabili per la perpetrazione delle decennali violazioni del diritto internazionale e dei fondamentali diritti del popolo palestinese. La pubblicazione nasce sotto il patrocinio del PACBI (The Palestinian Campaign for Academic and Cultural Boycott of Israel) e vuole essere uno strumento il più possibile scientifico e di documentazione, a cui possa attingere ogni persona che intenda avviare un discorso sul boicottaggio dell’accademia israeliana, o sulla denuncia delle violazioni del diritto all’istruzione superiore e universitaria palestinese, o sulla moratoria delle relazioni tra università italiane e israeliane, a seconda del grado di sensibilità, delle convinzioni e del contesto nel quale ciascuno si trova a operare.
11:48
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La resistenza popolare a Nabi Saleh. La detenzione. [Parte 2/2]
Ci sono circostanze straordinarie in cui il cervello umano, in un tempo infinitesimale, riesce a coprire con lucidità una quantità di pensieri inimmaginabile in situazioni normali. Le conseguenze dell’arresto di solito sono tre, ordinate per gravità: l’espulsione dal Paese e il divieto di rientro per almeno 10 anni; il bando da una determinata area o altri tipi di restrizione del movimento per un certo periodo di tempo; il rilascio in giornata dopo una breve detenzione. Nel primo caso, oltre a non rimetter piede in Palestina, oltre a non rivedere più amici e compagni, si scontano le conseguenze anche in patria.
Come giustificare un’espulsione? Probabilmente addio dottorato. Fa niente, messo già in conto. In tutti e tre i casi si finisce nella “lista nera” delle persone sgradite, e probabilmente si viene respinti indietro alle frontiera, la prossima volta. Anche questo preventivato. Ora: non ho aggredito soldati, non sono stato preso per aver tirato pietre o commesso altri atti “violenti”. La lucidità fotografa la realtà, e la speranza si aggrappa alla diapositiva migliore: il rilascio in giornata.
Il viaggio dura qualche minuto. Le porte della jeep si aprono. “Seguiteci, forza!”. Due soldati accompagnano la marcia silenziosa verso il centro di detenzione, una struttura usata per le esercitazioni dei soldati della base militare. La forma è quella di un piccolo fabbricato. Pareti crivellate di fori, pavimenti sporchi, stanze completamente vuote con una sedia al centro, fili elettrici che penzolano dal soffitto: l’immaginazione tira un brutto scherzo e per un istante sembra di entrare in una camera di tortura di qualche film sui desaparecidos argentini. Un brivido gelido percorre la schiena, prima di riacquisire la lucidità.
Non è mai successo che un attivista internazionale venisse torturato o seviziato dai militari israeliani. Israele tiene più di ogni altra cosa all’immagine di “unica democrazia del Medio Oriente”, di cui gode presso molti Stati occidentali. Un passaporto italiano stabilisce la differenza tra un trattamento al limite della decenza e l’inferno sotto cui passerebbe un palestinese.
Ci sono tre stanze. Nella prima un uomo sulla trentina che misura la stanza a passi nervosi, nella seconda due ragazze sedute l’una accanto all’altra. Gli sguardi si incrociano per un cenno d’intesa: sono chiaramente attivisti del gruppo israeliano “Anarchists Against the Wall”, in prima linea nella lotta congiunta con i palestinesi. “Avanti, dentro!”. Non ci sono porte, e in ogni stanza c’è una finestra. Il tempo di scorgere l’immagine di uomo bendato in ginocchio per terra, nello spiazzo davanti al fabbricato, con le mani legate dietro alla schiena, e due soldati in piedi accanto: devono aver arrestato anche un ragazzo del villaggio.
Dalla porta spunta il volto di una delle ragazze: “Ciao, mi chiamo T. E’ la prima volta che ti beccano?”. “Piacere, E. Sì, è la prima volta e…”. Non c’è tempo per altro, vuole comunicare qualcosa di urgente: “Senti, non hanno il diritto di arrestarti senza accuse. Questa detenzione diventerà illegale tra tre ore, se non formulano un’accusa precisa. Non preoccuparti, abbiamo già avvisato il nostro avvocato, in caso. Non dire niente, qualsiasi cosa possono usarla contro di te in un eventuale processo. Non firmare niente in assenza di un avvocato”. Non è raro che degli attivisti siano stati espulsi: “Senti, la mia unica preoccupazione è non finire sul primo aereo per l’Italia”. Lei, angelica: “Non penso succederà, stai tranquillo, siamo cinque, forse non avranno voglia di cominciare il tran-tran di un processo”.
“Ehi, voi due, silenzio! Tu, rientra nella stanza!”. Meglio non irritare un ragazzotto di vent’anni con un mitra in mano. Sarà passata almeno un’ora e mezza, ancora niente. Non si sa perché si è lì, per quanto tempo, se se ne uscirà e come. Arriva una bottiglia d’acqua. Deve essere chiaro che tra un detenuto e un militare di un esercito di occupazione non c’è spazio per il riconoscimento, per lo scambio. Meglio patire la sete. Il militare sbuffa ed esce, irritato.
Non ci sono solo soldati in servizio. Un paio di ragazze del campo di addestramento entrano nel fabbricato incuriosite. Fissano a lungo questi strani personaggi che avranno sicuramente commesso qualcosa di orribile e che meritano una punizione. L’oggetto della curiosità, ovviamente, è l’unico non israeliano. Una entra nella stanza: “Da dove vieni?”. Niente. “Ehi, dico a te, da dove vieni? Che hai fatto per finire qui?”. Non una parola, non un movimento. Passa al contatto fisico. Si affaccia T., la detenuta israeliana, che le urla qualcosa. Ne viene fuori un battibecco interminabile e i soldati sono costretti ad intervenire per ristabilire l’ordine e il silenzio. La soldatessa in licenza esce innervosita. Lezione imparata: con le anarchiche israeliane non si scherza.
I soldati si annoiano, allentano la sorveglianza. E’ il momento per ringraziare T., il mio avvocato improvvisato. “Siete tutti refusnik (chi in Israele rifiuta di prestare il servizio militare), vero?”. “No, io ho servito nell’esercito”. Si trattiene prima di aggiungere: “A Gaza”. “A G-a-z-a?!”. Scorrono nella mente le immagini dell’operazione Cast Lead, dicembre 2008/gennaio 2009: 1400 persone uccise, 5000 ferite, tutte le principali infrastrutture civili della Striscia di Gaza distrutte.
Gaza: il più grande e affollato campo di concentramento a cielo aperto del mondo bersagliato da tonnellate di esplosivo via mare, cielo e terra da uno degli eserciti meglio equipaggiati al mondo. Lei deve aver intuito questi pensieri e precisa: “Ma non ho mai preso parte ad attacchi militari. Eravamo in una base di sole donne, al confine nord della Striscia di Gaza. Gli ufficiali, per terrorizzarci, ci ripetevano di stare all’erta perche gli arabi avrebbero potuto attaccare la base da un momento all’altro”.
Si interrompe, guardando l’orologio: “Son passate tre ore, da adesso questa detenzione è ufficialmente illegale”. Poi riprende il filo, come se niente fosse: “Vengo da una tipica famiglia israeliana convinta di esser sotto costante minaccia di sterminio. Già qualche crepa si era insinuata nella fortezza della propaganda ufficiale, ma non è facile uscirne, tutta la società è così militarizzata, sessista, monolitica, non ci sono spiragli per il dissenso”. La domanda vien da sé: “E quale è stato il momento di rottura?”. Continua, fissando dritto negli occhi: “Un giorno ero di guardia e per la prima volta nella mia vita (sic!) ho visto dei palestinesi: un gruppo di bambini che si recavano a scuola. Sono rimasta scioccata. Per giorni fui assillata dal pensiero: sono questi i terroristi da cui ci dobbiamo difendere? Poi è stato tutto uno scoprire, passo dopo passo, la vera natura del sionismo, la realtà dell’occupazione…”.
“Ehi voi due! Ora mi avete proprio stufato!”. L’ufficiale di guardia perde la pazienza. Strattonati negli angoli più lontani delle rispettive “celle”, le prossime due ore e mezzo saranno un’interminabile attesa in cui le esigenze del corpo prenderanno il sopravvento: i crampi della fame, la disidratazione e il caldo causano nausea e un’insopportabile mal di testa. Non resta che appoggiare la testa alla parete, chiudere gli occhi e non pensare più a niente. Neanche alla bottiglia d’acqua in bella vista, al centro della stanza.
“Tu, seguimi!”. Il militare si dirige verso i fabbricati degli ufficiali. Esce quello che sembra essere l’ufficiale di più alto grado, che tenta un interrogatorio: “Che ci fai qui? Dove vivi? Quanto tempo rimani?”. Ostinato silenzio. “Volevo lasciarti andare, ma visto che non vuoi collaborare, ora siamo costretti a trattenerti”. Intimidazioni. E’ il momento di mettere in pratica la lezione appresa prima: “Non apro bocca se non in presenza di un avvocato”. “Ah sì? L’avvocato vuole lui! Allora si vede che hai qualcosa da nascondere! Allora si vede che hai commesso qualcosa!”. L’ufficiale porge il passaporto e indica l’uscita: “Puoi andare”. Passo lento, l’unico pensiero va ai compagni ancora dentro. Chissà se mai li rivedrò. Ma non c’è spazio per il rammarico, anzi, una sensazione di sollievo invade il corpo: è la consapevolezza di non esser soli al mondo, di riconoscersi nelle lotte e nelle speranze di altri esseri umani, e fare un pezzo di strada insieme.
Dei taxi palestinesi passano e non si fermano: la base militare è ancora troppo vicina e i conducenti pensano che un colono israeliano impazzito voglia salire su un taxi palestinese. Bisogna urlare una frase in dialetto palestinese per fermare un veicolo e ricevere il largo sorriso del conducente: “Birzeit? Forza, Sali su!”.
11:36
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Palestina, Nabi Saleh: la repressione in diretta [PARTE 1/2]
Il villaggio di Nabi Saleh si trova poco più a nord di Ramallah, nel centro della Cisgiordania occupata, tra dolci colline di uliveti. E’ uno di quei villaggi – come Bi’lin, Ni’ilin, al-Ma’sara – che lottano contro la confisca delle proprie terre dovuta alla costruzione del Muro dell’Apartheid e delle colonie israeliane.
Ogni venerdì, dopo la preghiera di mezzogiorno, i residenti di Nabi Saleh e dei villaggi adiacenti, insieme ad attivisti israeliani e internazionali, marciano dalla piazza del paese (“Piazza dei Martiri”, in ricordo dell’alto numero di uccisi durante le due Intifada), verso la zona militare all’entrata del villaggio nel tentativo di riappropriarsi simbolicamente delle terre confiscate.
La colonia di Halamish infatti, situata nella collina di fronte, ha già portato via ettari di terra fertile ed ora i coloni cercano di appropriarsi anche della preziosa sorgente d’acqua. Il villaggio intero, dai bimbi agli anziani, ha scelto quindi la via della resistenza popolare contro il lento restringersi dello spazio vitale e il furto delle suo risorse naturali.
Nabi Saleh paga a caro prezzo la scelta della resistenza: le Forze di Occupazione Israeliane tentano di stroncare le proteste del villaggio attraverso punizioni collettive come incursioni notturne, arresti arbitrari, chiusure e checkpoint all’entrata del villaggio con l’intento di umiliare e tormentare i residenti. L’uso sproporzionato della forza, le punizioni collettive e le persecuzioni legali fanno parte di una strategia di repressione messa in atto da Israele nel tentativo di stroncare la resistenza popolare palestinese contro il Muro dell’Apartheid e le colonie israeliane.
La lotta congiunta – palestinesi, internazionali e israeliani – è infatti un fenomeno crescente che preoccupa seriamente l’establishment israeliano. Ma è legge fisica e morale che fin quando c’è oppressione per forza di cose c’è resistenza, e più la vitalità di un popolo è soffocata più questa riemerge con maggior forza e determinazione. Nabi Saleh rifiuta di morire per lento e silenzioso strangolamento, e le proteste del villaggio continuano nonostante le intimidazioni e la repressione.
Venerdì 4 settembre l’esercito israeliano decide di bloccare l’entrata del villaggio. Bisogna scendere dal taxi per le solite domande. “Dove vai?”. “Che ci fai qui?”. “Questa oggi è zona militare chiusa!”. Inutile insistere: “fai un passo e ti arrestiamo”. In Palestina ci sono sempre mille soluzioni per un problema, l’arte dell’arrangiarsi qui signica sopravvivenza. Salgo sul primo taxi: “L’entrata è chiusa? Nessun problema, ci penso io, sali su!”. Si aggira il posto di blocco, si attraversano un paio di villaggi, ci si ferma in uno per la preghiera del venerdì, si riparte e si entra a Nabi Saleh arrancando per le stradine dissestate della campagna palestinese.
L’ospitalità è uno degli aspetti più importanti della cultura palestinese. Saluti, caffè al cardamomo, tè alla menta, olio e zaatar sono rituali sociali irrinunciabili. Ci si conosce perché bisogna fidarsi l’un dell’altro. “Vogliamo essere un modello di resistenza e una fonte di ispirazione per altre realtà nei Territori Occupati”, afferma Bassem, tra i membri più attivi del consiglio del villaggio. “Nel villaggio la Terza Intifada è già cominciata!”. Parole sante.
Praticamente tutta la famiglia di Bassem partecipa alla protesta: sua moglie e i quattro figli, dal più piccolo – che non ha neanche 10 anni – al più grande – appena maggiorenne. Solo sua mamma, ultra-ottantenne, rimane a casa. I solchi delle rughe raccontano già di tre occupazioni: il Mandato britannico (1922-1948), la monarchia giordana (1948-67) e infine gli israeliani (1967-oggi).
La marcia dei dimostranti viene intercettata dalle Forze di Occupazione Israeliane prima che raggiunga le terre espropriate. I bimbi sembrano abituati ai mitra dei soldati, e ripetono i canti patriottici imparati dagli adulti. “Avete 5 minuti per andarvene, poi interveniamo”, minacciano i militari. “Abbiamo il diritto di accedere liberamente nella nostra terra”, rispondono i residenti. “One two three four / Occupation no more!”, è lo slogan che senti ripetere un pò ovunque in Cisgiordania. Spesso ti chiedono anche ‘Bella Ciao’. Non passano 5 minuti che i soldati cominciano a spingere i dimostranti indietro verso il villaggio. Si cerca di resitere come si può: si spinge, ci si siede per terra. Partono le prime bombe sonore, i primi lacrimogeni. Comincia la sassaiola degli shabab (ragazzi, in arabo). Quattro jeep militari invadono il villaggio: inizia la repressione.
Nabi Saleh si riempe di gas tossico, i soldati irrompono nelle case in cerca degli shabab. La sassaiola si fa più fitta: praticamente ogni singolo abitate del villaggio ha una pietra in mano. “Fuori dalle nostre case!”. I militari usano candelotti di gas lacrimogeno e proiettili rivestiti di gomma: sparati a distanza ravvicinata diventano armi letali, che hanno già ucciso o ferito gravemente decine di dimostranti. Qualche mese fa, uno di questi proiettili ha sfondato il cranio del piccolo Ehab Afdal Barghouthi, 14 anni, ancora gravemente ferito.
Già due attivisti israeliani sono stati arrestati nella prima parte della marcia, nel tentativo di interporsi tra i soldati e i dimostranti palestinesi. Ora, nella confusione generale, si è perso il conto degli arrestati e dei feriti. Le jeep si dirigono verso l’uscita del villaggio, e vengono investite da un’altra pioggia fittissima di pietre. Dietro front: riprendono la direzione del villaggio. Subito si preparano le barricate, si cerca di ostruire il passaggio delle jeep. Alcuni soldati scendono dai veicoli e avanzano verso i dimostranti. L’imprudenza di non aver il viso coperto: “Lui”, indica un ufficiale. Tre soldati si precipitano in questa direzione. Bisogna indietreggiare piano, correre e voltare le spalle può essere pericoloso. “Te lo avevo detto di stare alla larga. Ora sono guai”.
“Dentro!”. Le porte della jeep si aprono e si richiudono. Già tre soldati e un’attivista israeliana riempiono il retro del veicolo. Lei ha le mani legate dietro alla schiena. La stretta ai polsi è troppo violenta, il sangue non passa e le mani sono pallide. “Per favore, la macchina fotografica, sta scivolando dalla spalla”, riesce a dire d’un fiato. Il tempo di un gesto veloce e di uno sguardo d’intesa. La jeep si dirige veloce verso la base militare più vicina, nella colonia Halamesh, mentre nel villaggio continua la repressione.
11:31
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Omar, colpevole di essere palestinese
Cronaca di un’irruzione a Birzeit. Sono da poco passate le tre del mattino. Le Forze di Occupazione Israeliane fanno irruzione nel mio appartamento a Birzeit, grazioso villaggio palestinese a due passi dall’Università, nei Territori Palestinesi Occupati. Battono violentemente contro la porta col calcio dei mitra, urlando “geish, qui è l’esercito!”.
Il mio coinquilino statunitense apre la porta e viene travolto da dieci soldati in assetto da guerra, tute mimetiche e mitra spianati. Si rivolgono a noi in arabo, o meglio nell’idioma palestinese. Chiedono chi altro vive in casa, mentre ci spingono in camera puntandoci i mitra sul petto. Tre ci fanno la guardia mentre altri rovistano in ogni angolo della casa. Provo a rispondere, in dialetto palestinese, alle loro insistenti domande.
Siamo in Zona A, che secondo gli accordi di Oslo è zona sotto “controllo” dell’Autorità Palestinese: sia la sicurezza che l’amministrazione (in seguito a questi accordi la Cisgiordania è stata frantumata tra Zona A, Zona B – dove L’Autorità Palestinese detiene l’amministrazione e l’esercito israeliano la sicurezza, e Zona C – sotto totale controllo israeliano). Gli israeliani non potrebbero entrarci, ma di fatto fanno come vogliono. Parlano tra loro in ebraico, hanno scritte in ebraico nelle uniformi: è l’esercito. Chiedono i documenti. Capiscono che hanno sbagliato preda, siamo solo “internazionali”. Passano all’inglese, addolciscono i modi: “che ci fate qui?”. Non bisogna perdere la calma, mostrarsi intimiditi. Devono sapere che stanno violando tutte le convenzioni internazionali. Mi viene naturale rispondere: “che ci fate VOI qui?”. La situazione diventa quasi comica.
Intanto altri soldati salgono al piano di sopra, dove vivono i nostri locatari. Sentiamo porte sbattere, movimenti bruschi, ordini urlati. Stanno terrorizzando un’intera famiglia. Setacciano la casa. Noi siamo confinati in camera, dove tre quattro ragazzotti di vent’anni ci puntano addosso mitra e altri aggeggi di guerra. Cerchiamo di capire cosa succede, cosa cercano, e chi. Tutto quello che ci viene detto è “Motivi di sicurezza. Non possiamo dire altro. Voi non muovetevi”. Certo, ovvio, i soliti “motivi di sicurezza”.
Il tutto dura mezz’ora. Se ne vanno. Saranno stati una trentina di soldati, considerando quelli che hanno preso parte alla “missione” e quelli in attesa o in sorveglianza. Dopo un po’ scende da noi Hanna Qassis a dirci che i soldati hanno arrestato suo fratello minore Omar. Non è la prima volta.
Io conoscevo Omar Qassis, prima ancora che diventasse il mio locatario. Nel libro ‘Pianificare l’oppressione. Le complicità dell’accademia israeliana’, che ho recentemente curato insieme a Carlo Tagliacozzo e Nicola Perugini, si riporta proprio la storia di Omar come caso esemplare di negazione del diritto allo studio dei palestinesi (qui si tratta piuttosto di negazione della dignità umana in ogni suo aspetto). Studente di sociologia, è già stato posto qualche anno fa sotto detenzione amministrativa (sistema di detenzione senza imputazione in cui prove segrete dell’intelligence israeliana vengono esibite al giudice militare e utilizzate per giustificare l’incarcerazione per un periodo fino a 6 mesi, su base rinnovabile. Le ragioni addotte non sono comunicate al detenuto e al suo avvocato. La sofferenza mentale derivata dal non sapere le ragioni della detenzione può equivalere alla tortura, così come è stato stabilito dalla Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite ratificata da Israele nel 1991).
Proprio qualche giorno fa Omar Quassis mi raccontava della sua detenzione, e di come un suo collega – e compagno di cella – Arafat Daoud, sia passato sotto l’inferno delle detenzioni arbitrarie per anni senza accuse documentate, senza sapere il motivo della detenzione, ed abbia ora gravi ed irreparabili disturbi psicologici (causati anche dalle condizioni di detenzione e dalle tecniche usate dall’intelligence israeliana negli interrogatori).
Ora, Omar – un ragazzo di un acume e di un’intelligenza rari – sarà posto in totale isolamento per giorni, senza poter vedere né medico, né famiglia, né avvocato. In questi giorni è a serio rischio di tortura. Magari sarà rilasciato a breve, magari gli daranno altri sei mesi di detenzione amministrativa. Nessuno domanda, nessuno è stupito, nessuno chiede il motivo dell’arresto: ‘è normale’, ti senti rispondere.
E questa ‘normalità’ ha condotto circa 750 i palestinesi sotto detenzione amministrativa nelle prigioni israeliane, senza accusa e senza processo
11:23
Scritto da: handala83
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24/11/2009
La morte in regime di apartheid – in memoria di Qaher Mousa Aladdin
Qaher Aladdin è morto un lunedì di Ramadan, il 14 settembre 2009. La notizia mi giunge per email, poche ore prima del volo per l’Italia, dopo nove mesi in Palestina. I primi minuti di negazione della realtà, poi la cruda verità fa il suo corso necessario, e la notte sarà un’insonnia agitata. Qaher è morto a causa di un incidente stradale, a quanto pare. Che morte stupida, per un rivoluzionario, penso amaramente.
Qaher è un palestinese. Ha 29 anni, due piccoli bimbi, un maschio e una femmina. Laith, un diavoletto che si arrampica ovunque, e Nadin, tenera bimba che ti guarda incuriosita, dietro i muri. I suoi piedini convergono verso il centro, ragion per cui deve portare le scarpe al contrario, dice il dottore. Sgambetta felice quando mi riconosce.
Qaher insegna nella scuola del suo villaggio, al-Ma’sara, pochi chilometri a sud di Betlemme. Non solo. È anche un membro attivo del Comitato locale contro il Muro e le colonie israeliane, e partecipa alle dimostrazioni nonviolente che ogni venerdì, dopo la preghiera di mezzodì, radunano palestinesi insieme ad attivisti internazionali e israeliani. La marcia di protesta si dirige verso il tracciato del Muro, presidiato dai soldati israeliani, a reclamare terra, diritti, dignità.
La sua casa, ancora incompiuta, è la tipica casa palestinese in cui ogni singolo elemento è votato all’accoglienza e all’ospitalità. A volte, il giovedì sera, succede che mi fermi da lui, per poi andare insieme alla consueta protesta del venerdì. Ricordo la sua generosità istintiva, la sua umanità semplice e dignitosa, la premura e l’ironia. La forza di ridere anche in faccia alla tragedia, nonostante tutto.
Una notte si alza alle tre: va al mercato di Hebron per vendere una pecora e tirar sù qualche soldo. Quando mi sveglio, la mattina dopo, lui è già tornato e dorme. La giovane moglie, Tasnim, gli rimbocca silenziosamente le coperte. Qaher dorme con me, per terra, su un materasso. Gli amici condividono tutto, il pane e il pavimento. La mattina dopo facciamo colazione insieme, seduti in cerchio davanti alle pietanze. Il pane ancora caldo, il latte appena munto, e poi patate, pomodori, uova, olio e zatar. Spezza il pane e mi invita al pasto: “Produco tutto io”, mi dice fiero. Alla vita basta poco, il necessario; è l’avidità che costa molto.
Qaher crede fermamente nella lotta nonviolenta che il villaggio porta avanti da qualche anno ormai. Sà l’inglese, ragion per cui di solito accompagna gli attivisti che visitano il villaggio. Quel maledetto 14 novembre è con una giornalista francese venuta per realizzare un documentario. Lui si offre di accompagnarla. Sulla strada la macchina si rompe e chiamano un taxi. Ad un incrocio il taxi si scontra con un camion: il conducente muore sul colpo, la francese resta gravemente feritia. Anche Qaher muore, vittima dello sfortunato incidente.
Giorni dopo, dal resoconto di testimoni vengo a sapere la verità. Qaher non è morto a causa dell’incidente, ma molto più tardi, in ospedale. Cosa è successo allora? Qaher è stata una delle tante vittime silenziose dell’aparthied israeliana, del sistema spietato di segregazione razziale che gli israeliani hanno istituito nei territori palestinesi occupati.
È andata pressappoco così. Dei soldati israeliani, lì per sorvegliare una delle tante colonie costruite illegalmente in Cisgiordania, notano l’incidente e intervengono. Ma non bloccano il traffico, come succede quando ad esser coinvolto è un israeliano. Chiamano un’ambulanza che arriva dalla colonia vicina (nei villaggi palestinesi non ci son neanche medicine), preleva la francese e in venti minuti arriva all’ospedale Haddassah di Gerusalemme, passando per una strada dell’apartheid, una delle tante strade che collegano le colonie e queste ad Israele. Sono strade vietate ai palestinesi e accessibili solamente agli israeliani.
Qaher viene lasciato lì per terra, ferito, senza nessuna cura, perché è un palestinese. Perché è normale che sia così in regime di apartheid. Il tuo sangue non vale niente, amico mio.
I palestinesi che assistono alla scena sono costretti a chiamare un’ambulanza da Betlemme che, passando per le strade palestinesi, impiega 30 minuti ad arrivare sul posto. Altri 30 minuti per tornare in ospedale, a Beit Jala, vicino Betlemme. Impiega un’ora per percorrere la metà della strada fatta dalla francese per arrivare a Gerusalemme, più a nord. La metà della strada, il doppio del tempo. Succede in regime di apartheid. Quando arriva sul tavolo operatorio, Qaher è morto, probabilmente a causa di un’emorragia interna. La giornalista francese sopravvive. Qaher no, lui, così robusto, non ce la fà. L’hanno ammazzato.
Qaher, amico mio, anche tu a ingrossare le file dei martiri. Ricordo che ripetevi sempre, con un gesto largo delle mani: “Anche noi palestinesi siamo come tutti gli altri esseri umani, abbiamo gli stessi diritti, vogliamo semplicemente vivere in pace nella nostra terra”! Eh no. Tu sei morto proprio perché sei palestinese, e in regime di apartheid significa che sei un pericoloso criminale. Sei condannato fin dalla nascita. Così è stato. Nessuno parlerà di te. Nessuno si chiederà che fine faranno i tuoi piccoli bimbi, nessuno saprà del dolore di tua moglie, dei familiari. Non vendono certe notizie, amico mio, servono morti spettacolari. Chi risponderà ora ai perché del tuo fratellino, Mahmoud? Perchè, perchè, perchè, mi scrive. Avanti, rispondetegli voi, avanti, voi che parlate di pace e fate il deserto.
Lo vedi che non sei come tutti gli altri? Due esseri umani, due trattamenti diversi. Due ambulanze, due strade, due ospedali diversi. In regime di apartheid non siamo tutti esseri umani, amico mio. Tu sei morto perché sei un palestinese. Sei morto ammazzato, e solo.
22:01
Scritto da: handala83
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10/10/2009
Il rapporto Goldstone delle Nazioni Unite su crimini di guerra e contro l'umanità commessi da Israele durante il massacro a Gaza
Traduzione in italiano del Rapporto delle Nazioni Unite sui crimini di guerra e contro l'umanità commessi da Israele durante il massacro a Gaza dicembre 2008-gennaio2009.
Sito italiano dell'Alternative Information Center: http://www.alternativenews.org/italian/2195-eb-sb-em-vf.html
16:39
Scritto da: handala83
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