24/11/2009
La morte in regime di apartheid – in memoria di Qaher Mousa Aladdin
Qaher Aladdin è morto un lunedì di Ramadan, il 14 settembre 2009. La notizia mi giunge per email, poche ore prima del volo per l’Italia, dopo nove mesi in Palestina. I primi minuti di negazione della realtà, poi la cruda verità fa il suo corso necessario, e la notte sarà un’insonnia agitata. Qaher è morto a causa di un incidente stradale, a quanto pare. Che morte stupida, per un rivoluzionario, penso amaramente.
Qaher è un palestinese. Ha 29 anni, due piccoli bimbi, un maschio e una femmina. Laith, un diavoletto che si arrampica ovunque, e Nadin, tenera bimba che ti guarda incuriosita, dietro i muri. I suoi piedini convergono verso il centro, ragion per cui deve portare le scarpe al contrario, dice il dottore. Sgambetta felice quando mi riconosce.
Qaher insegna nella scuola del suo villaggio, al-Ma’sara, pochi chilometri a sud di Betlemme. Non solo. È anche un membro attivo del Comitato locale contro il Muro e le colonie israeliane, e partecipa alle dimostrazioni nonviolente che ogni venerdì, dopo la preghiera di mezzodì, radunano palestinesi insieme ad attivisti internazionali e israeliani. La marcia di protesta si dirige verso il tracciato del Muro, presidiato dai soldati israeliani, a reclamare terra, diritti, dignità.
La sua casa, ancora incompiuta, è la tipica casa palestinese in cui ogni singolo elemento è votato all’accoglienza e all’ospitalità. A volte, il giovedì sera, succede che mi fermi da lui, per poi andare insieme alla consueta protesta del venerdì. Ricordo la sua generosità istintiva, la sua umanità semplice e dignitosa, la premura e l’ironia. La forza di ridere anche in faccia alla tragedia, nonostante tutto.
Una notte si alza alle tre: va al mercato di Hebron per vendere una pecora e tirar sù qualche soldo. Quando mi sveglio, la mattina dopo, lui è già tornato e dorme. La giovane moglie, Tasnim, gli rimbocca silenziosamente le coperte. Qaher dorme con me, per terra, su un materasso. Gli amici condividono tutto, il pane e il pavimento. La mattina dopo facciamo colazione insieme, seduti in cerchio davanti alle pietanze. Il pane ancora caldo, il latte appena munto, e poi patate, pomodori, uova, olio e zatar. Spezza il pane e mi invita al pasto: “Produco tutto io”, mi dice fiero. Alla vita basta poco, il necessario; è l’avidità che costa molto.
Qaher crede fermamente nella lotta nonviolenta che il villaggio porta avanti da qualche anno ormai. Sà l’inglese, ragion per cui di solito accompagna gli attivisti che visitano il villaggio. Quel maledetto 14 novembre è con una giornalista francese venuta per realizzare un documentario. Lui si offre di accompagnarla. Sulla strada la macchina si rompe e chiamano un taxi. Ad un incrocio il taxi si scontra con un camion: il conducente muore sul colpo, la francese resta gravemente feritia. Anche Qaher muore, vittima dello sfortunato incidente.
Giorni dopo, dal resoconto di testimoni vengo a sapere la verità. Qaher non è morto a causa dell’incidente, ma molto più tardi, in ospedale. Cosa è successo allora? Qaher è stata una delle tante vittime silenziose dell’aparthied israeliana, del sistema spietato di segregazione razziale che gli israeliani hanno istituito nei territori palestinesi occupati.
È andata pressappoco così. Dei soldati israeliani, lì per sorvegliare una delle tante colonie costruite illegalmente in Cisgiordania, notano l’incidente e intervengono. Ma non bloccano il traffico, come succede quando ad esser coinvolto è un israeliano. Chiamano un’ambulanza che arriva dalla colonia vicina (nei villaggi palestinesi non ci son neanche medicine), preleva la francese e in venti minuti arriva all’ospedale Haddassah di Gerusalemme, passando per una strada dell’apartheid, una delle tante strade che collegano le colonie e queste ad Israele. Sono strade vietate ai palestinesi e accessibili solamente agli israeliani.
Qaher viene lasciato lì per terra, ferito, senza nessuna cura, perché è un palestinese. Perché è normale che sia così in regime di apartheid. Il tuo sangue non vale niente, amico mio.
I palestinesi che assistono alla scena sono costretti a chiamare un’ambulanza da Betlemme che, passando per le strade palestinesi, impiega 30 minuti ad arrivare sul posto. Altri 30 minuti per tornare in ospedale, a Beit Jala, vicino Betlemme. Impiega un’ora per percorrere la metà della strada fatta dalla francese per arrivare a Gerusalemme, più a nord. La metà della strada, il doppio del tempo. Succede in regime di apartheid. Quando arriva sul tavolo operatorio, Qaher è morto, probabilmente a causa di un’emorragia interna. La giornalista francese sopravvive. Qaher no, lui, così robusto, non ce la fà. L’hanno ammazzato.
Qaher, amico mio, anche tu a ingrossare le file dei martiri. Ricordo che ripetevi sempre, con un gesto largo delle mani: “Anche noi palestinesi siamo come tutti gli altri esseri umani, abbiamo gli stessi diritti, vogliamo semplicemente vivere in pace nella nostra terra”! Eh no. Tu sei morto proprio perché sei palestinese, e in regime di apartheid significa che sei un pericoloso criminale. Sei condannato fin dalla nascita. Così è stato. Nessuno parlerà di te. Nessuno si chiederà che fine faranno i tuoi piccoli bimbi, nessuno saprà del dolore di tua moglie, dei familiari. Non vendono certe notizie, amico mio, servono morti spettacolari. Chi risponderà ora ai perché del tuo fratellino, Mahmoud? Perchè, perchè, perchè, mi scrive. Avanti, rispondetegli voi, avanti, voi che parlate di pace e fate il deserto.
Lo vedi che non sei come tutti gli altri? Due esseri umani, due trattamenti diversi. Due ambulanze, due strade, due ospedali diversi. In regime di apartheid non siamo tutti esseri umani, amico mio. Tu sei morto perché sei un palestinese. Sei morto ammazzato, e solo.
22:01
Scritto da : handala83
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10/10/2009
Israele, stati coloniali e razzismo- di Micheal Warschawski
Non si può tentare di analizzare o parlare di Sionismo e del suo risultato, lo Stato di Israele, senza affrontare il centro della loro essenza: il colonialismo. Indipendentemente dalle sue motivazioni (risolvere la questione degli ebrei nell’Europa dell’est all’inizio del ventesimo secolo), il Sionismo è un movimento colonialista che ha creato uno stato colonialista. Israele è infatti uno degli stati colonialisti più giovani ancora esistenti nel ventunesimo secolo. Il Sionismo è colonialista nei suoi fini e nei suoi mezzi: un progetto occidentale finalizzato a “civilizzare” parte dell’Oriente incivile, per portare modernità, progresso e, più tardi, democrazia.
Il Sionismo è una forma di colonialismo di natura specifica, diverso dalla maggior parte dei progetti coloniali nell’Africa del Nord e Sub-Sahariana, ma simile alle imprese coloniali di insediamento nell’Australia e nel Nord America. Come questi ultimi, esso mira a rimpiazzare (e non solo a sfruttare) la popolazione indigena con i nuovi coloni attraverso un’espulsione graduale.
Israele è uno stato coloniale non solo per le sue origini, ma anche per il suo modus operandi. Le sue leggi e i suoi provvedimenti sono elaborati con il fine di costruire, stabilizzare e rafforzare il suo carattere ebraico. “Ebraicizzazione” e “Stato ebraico” non sono concetti culturali, ma un progetto demografico; essi mirano alla de-arabizzazione della Palestina, riducendo al minimo il numero di non ebrei presenti all’interno dello stato ebraico. “Liberazione della terra”, “manodopera ebrea” e “prodotti ebrei” erano gli slogan principali delle imprese sioniste presenti in Palestina e riflettono tutti il tentativo globale di rimuovere la natura araba della Palestina.
La politica di “ebraicizzazione” è continuata a lungo dopo lo stabilimento dello stato di Israele ed oggi designa pratiche colonialiste. La discriminazione strutturale della minoranza palestinese che è riuscita a rimanere entro i confini dello stato ebraico e la continuazione della politica di espropriazione di terre sono prove evidenti del fatto che non ci sia stata nessuna “normalizzazione” di Israele e che la sua natura coloniale aggressiva sia parte integrante della sua essenza. In quanto stato ebraico, Israele è in permanente guerra contro qualsiasi entità che sia demograficamente non ebrea. È in una guerra etnica permanente.
Il razzismo sionista è un prodotto consequenziale al carattere colonialista di Israele. Il razzismo non corrisponde necessariamente ad una filosofia “razziale” che sostenga la superiorità di una comunità etnica rispetto ad un’altra, come per esempio è stato per il razzismo nazista. Il razzismo moderno corrisponde piuttosto all’attitudine di “ignorare l’altro”. “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”, “la regione era vuota” erano gli slogan centrali del primo Sionismo. È il tipico, qualcuno potrebbe perfino definirlo banale, atteggiamento colonialista verso gli indigeni, considerati non più di un mero problema ambientale, come zanzare o pietre; qualcosa da sradicare per permettere alla civiltà di svilupparsi. Gli arabi palestinesi erano trasparenti quanto lo può essere una comunità di esseri umani e, in questo senso, il Sionismo è una forma di razzismo che rinnega l’umanità alla comunità indigena. Il Sionismo è il banale razzismo occidentale verso tutto ciò che non è europeo.
La risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1975 definisce il Sionismo come una forma di razzismo basandosi su una verità elementare: uno stato colonialista è per sua natura e comportamento uno stato razzista.
Il ruolo di una risoluzione politica non dovrebbe essere quello di definire le realtà, ma prendere piuttosto decisioni circa i provvedimenti da mettere in atto. Il primo compito dovrebbe essere assolto da esperti scientifici e da un dibattito scientifico permanente e aperto, non da un voto. Il colonialismo è razzismo, che la maggioranza dello stato lo accetti oppure no. La prova che il voto è stato uno sbaglio è arrivata nel 1991, quando la stessa Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha cambiato il suo voto ed ha deciso che il colonialismo sionista non è razzista! Un comportamento simile ci riporta al Medioevo, quando un’assemblea di cardinali poteva decidere se gli ebrei erano dotati di un’anima o se la terra era piatta.
Ovviamente nessuno di questi voti potrebbe cambiare la realtà.
Il compito delle istituzioni politiche è quello di decidere quali azioni intraprendere, non legiferare circa la natura della realtà. Idealmente, oggi l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ed il Consiglio di Sicurezza dovrebbero adottare una risoluzione congrua alla campagna internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro lo stato di Israele per punire le sue innumerevoli violazioni del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU.
La necessità di imporre sanzioni allo stato di Israele ha tre motivazioni principali: innanzi tutto, dare giustizia al popolo palestinese, che è stato obbligato, sotto pressione della comunità internazionale, ad accettare compromessi dolorosi ottenendo in cambio ancora più oppressione, negazioni e umiliazioni; secondariamente, in quanto si tratta di una questione di igiene internazionale, perché se vogliamo vivere in un mondo regolato dalla legge Israele non deve rimanere impunito ed i suoi crimini devono essere sanzionati; infine, per il bene della società israeliana.
trad Eleonora M.
16:49
Scritto da : handala83
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Il rapporto Goldstone delle Nazioni Unite su crimini di guerra e contro l'umanità commessi da Israele durante il massacro a Gaza
Traduzione in italiano del Rapporto delle Nazioni Unite sui crimini di guerra e contro l'umanità commessi da Israele durante il massacro a Gaza dicembre 2008-gennaio2009.
Sito italiano dell'Alternative Information Center: http://www.alternativenews.org/italian/2195-eb-sb-em-vf.html
16:39
Scritto da : handala83
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17/09/2009
La Terra del Benvenuto - Ramadan al campo profughi ARROUB
“Ahlan wa sahlan” significa benvenuto in palestinese. È una frase che ho sentito ripetermi per nove mesi. Chiunque nella propria vita passi per un campo profughi palestinese capirebbe il significato profondo di questa frase, questa generosità istintiva vecchia di generazioni. Ogni casa ti è famiglia, gli occhi della gente ti frugano il viso contenti di annunciare un saluto. La spazzatura turbina per le viuzze, le case rubano metri al cielo. Gli sguardi dolcemente rassegnati dei vecchi, gli occhi ingrigiti a forza di guardar muri di cemento, e i bimbi ovunque, rimbalzati come trottole da pareti troppo strette per contenere tanta vitalità.
Il campo profughi Arroub accoglie palestinesi di oltre 30 villaggi, espulsi dalle milizie ebraiche nella guerra del 1947-49. Dodicimila persone spartiscono gioie e dolori in appena un chilometro quadrato, da sessantun anni, nell’attesa senza attesa di tornare un giorno alle proprie case, come hanno il diritto di fare. Gente privata della propria identità, esistenze precarie, alberi sradicati e ripiantati altrove.
Dannati della terra.
Sono ospite di un famiglia del campo, è ancora giorno e siamo in pieno Ramadan: un buon musulmano non mangia beve e fuma dall’alba al tramonto. “Si tratta di un atto purificatorio, e non riguarda solo il corpo. Bisogna astenersi da cattivi pensieri verso l’altro e da cattive azioni, è un modo di essere”, mi ricordano. È allenamento dello spirito, si scava verso il nucleo di se stessi per scrollarsi ciò ch’è d’avanzo, come si sfoglia una cipolla. Percorriamo con passo lento le viuzze disadorne, le nostre guide indebolite dalla sete e dalla fame. Dalle porte socchiuse la vita erompe sulla strada: odori, grida, facce, qualche mobile intravisto dalle finestre. Il campo non ha segreti, si rivela al mio passaggio senza pudori e senza nascondere le proprie brutture. A chi sa ascoltarlo confida le miserie dei suoi abitanti e la dignità con cui le portano. Rivela un pozzo nero fatto di mille tragedie personali, e un pezzo di cielo dove riscattarle. Parla anche di solidarietà, di una fittissima rete di collaborazioni, aiuti, soccorsi reciproci, che non lascia mai nessuno in serio bisogno. Ci si arrangia, e quando non si ha la forza e la fortuna c’è sempre un braccio teso su cui appoggiarsi.
L’umanità del campo è fratellanza.
La storia del campo a sorsate. La torre usata dall’esercito israeliano per bersagliare il campo, durante la Seconda Intifada; la barriera metallica, appena rimossa, che ha imprigionato il campo per anni; le incursioni notturne dei soldati; il terrore seminato per gioco e per sfregio; la paura degli arresti. Il sonno dei piccoli lo han rubato i soldati.
Quando vengono a prendere tuo padre si diventa adulti nel giro di una settimana.
La parola Arroub, in palestinese, rimanda ad abbondanza di acqua. Appena fuori dal campo infatti, ci sono i resti di un’antica cisterna romana: “da quei tunnel là sotto partivano dei sotterranei che sbucavano a Gerusalemme”. Il sole declina e arrossa l’orizzonte, la luna prende coraggio, le prime stelle scalpitano, vogliono brillare e chiamano la notte. Dalle case l’odor di cibo annuncia la cena imminente.
Le famiglie si ritrovano, gli stomaci mordono e le gole ardono.
Imbocco una scala a chiocciola che connette tre appartamenti, tre fratelli, tre famiglie. “Ahlan wa sahlan”, ancora. Ci si siede su dei materassi, disposti intorno ad uno quadrato di pavimento pieno di pietanze. Colori e odori che aprono il viso al sorriso e fanno luccicare gli occhi. La casa è spoglia, qualche stampa di Gerusalemme con la Moschea della Roccia in primo piano, i nomi di Dio, qualche versetto coranico, le foto di famiglia. “L’Islam in cui crediamo è quello che affratella, che insegna il rispetto dell’altro come sacro principio”. Lavoro non ce n’è, l’esilio li ha depredati, l’occupazione continua ad umiliarli.
In quei volti leggi la dignità degli umili e degli onesti, che fanno di povertà bellezza.
Il canto del muezzin annuncia la fine del digiuno, ma prima di iniziare si aspetta davanti al cibo, in silenzioso ringraziamento. Non servono posate: si intinge il pane e si raccoglie dallo stesso piatto. Le mani sporche e i piedi scalzi restituiscono un sentimento di autenticità, di semplicità che le società opulente non conoscono. “Kul! Kul! Mangia, mangia, l’ospite deve alzarsi sazio”. È la condivisione che dà senso allo stare insieme, e la vicinanza dei corpi scalda e allontana i pensieri neri. L’aggettivo possessivo “mio” è una colpa, significa privare chi non ne partecipa. I fiati si incrociano, le mani si stringono in saluti, le parole sanno di riso al pollo, si respira il sudore del vicino. “Perché non ci lasciano vivere in pace? Perché pensano che non abbiamo gli stessi loro diritti? Ci hanno preso tutto: la nostra terra, la storia, il futuro, e non basta, vogliono cacciarci anche di qui”. Tutti e tre i fratelli sono finiti in galera, è normale se vivi in un campo profughi. In Palestina ho imparato a fidarmi delle persone che han pagato per non aver voluto abbassare la testa come gli asini. Quelli che son cresciuti spregiando le bastonate e rifiutando le carote.
Esser stati in galera è garanzia di virtù in questa terra.
Entra Fatima, la più anziana della famiglia, madre dei tre fratelli e oramai bisnonna. I suoi ottant’anni le conferiscono autorità e rispetto: si apre uno spazio al suo passaggio, le si cede il posto migliore, cala il silenzio quando parla. Le chiedo se ricorda il suo villaggio: “Ricordo dov’era il forno, la macina, le case, le piante di limone”. E ricorda la Naqba (“catastrofe” in palestinese, la pulizia etnica dei palestinesi nel ’47-’49)? “Ricordo, ero una bambina allora. I soldati circondarono il villaggio su tre lati e cominciarono a terrorizzare le persone per forzarle ad andarsene, dal lato libero. Presero alcuni uomini e li fucilarono sul posto, altri li picchiarono, spogliarono le donne per umiliarle, invasero le case, minacciarono di fare una strage, come a Deir Yassin”. La pelle indurita a difesa. Il volto solcato dalle rughe, quelle più profonde incise dai traumi come per i cerchi delle piante, che segnano l’età e raccontano delle stagioni. Gli occhi si rifiutano di vedere ancora le scempiaggini umane e si son ritirati nella cecità, così come il suo corpicino si è rimpicciolito quasi fino a scomparire nel suo ampio vestito nero, ricamato a fiori verdi neri bianchi e rossi.
Come la bandiera palestinese.
Chiedo se tornerebbe al suo villaggio, se mai le venisse data la possibilità. Alza la testa al cielo e allarga le mani come per chiamare Dio a testimone; la voce è un lamento di nostalgia: “Oh se tornerei! Son nata lì, quella è la mia casa, lì i ricordi d’infanzia, lì appartengo”. E torna a richiudersi nel silenzio rassegnato che l’ ha protetta da decenni di patimenti.
Sembrava dormire quando feci per andarmene, ma dal fondo del suo corpicino, chissà da dove, trovò ancora la forza per l'ultimo “ahlan wa sahlan”, con un filo di voce. Non è un addio il mio, Fatima, tornerò.
Raccoglierò io la tua piccola speranza.
20:48
Scritto da : handala83
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25/08/2009
verso il Kibbutz Yivon - appunti di un viaggio
Non amo viaggiare in autostop, ma a volte si risparmia qualche soldo e si conoscono nuove persone. Andiamo ad incontrare un amico isareliano nel kibbutz Yivon, nel nord della Galilea, al confine a nord-est col Libano e a nord-ovest con le Alture del Golan. Il viaggio in autostop si è rivelato un’ interessante esperienza antropologica fatta di brevi ed intense incursioni nell’intimità automobilistica di quattro “israeliani medi”. Voglio raccontare le loro reazioni alla nostra presentazione: “ciao, siamo tre volontari in Cisgiordania, a Betlemme, andiamo in un kibbutz vicino Rosh Pina”. La discussione non poteva che gravitare sul conflitto.
Partiamo di sabato, è la festività ebraica, lo shabbat, ed a Gerusalemme circolano poche automobili. Proprio quando temiamo di dover rinunciare un auto si ferma e ci carica su, direzione Tel Aviv. Aria spensierata, guida disinvolta. Due mesi fa un libro ha cambiato la sua vita. Il nostro autista, dopo aver letto “The God Delusion” (libro sull’infondatezza dell’esistenza di Dio), di Richard Dawkins, ha abbandonato la sua vita di ebreo-religioso-ortodosso ed è diventato ateo. Da quel giorno, dice lui, la sua vita è cambiata. Tutto sembra meno complicato, non capisce perché ebrei cristiani musulmani atei non possano vivere insieme. “ In Svezia”, che recentemente visitato, “la gente vive normalmente, senza dar troppo peso alle questioni religiose”. “In Israele invece”, continua, “la religione è parte della politica e influenza gli aspetti fondamentali della vita pubblica”. Ora gli vien da ridere quando sente dire che la Terra di Israele è stata promessa migliaia di anni fa da un Dio barbuto al popolo eletto, e che bisogna combattere per “redimerla” dagli arabi.
Il secondo passaggio ce lo dà un ebreo di origine russe, immigrato in Israele 19 anni fa (l’immigrazione di ebrei in Israele viene chiamata aliyah, ovvero “ritorno”). Lui è il tipico esempio di “bravo cittadino medio” afflitto dal comunissimo morbo del “tutto ciò che Israele fa è giustificato dal sacro diritto alla difesa”, diffuso anche tra gente educata e mediamente intelligente. “Israele è il posto ideale per vivere”. Va bene, ma il sionismo? “Cosa c’è di male nel sionismo!?! Voler radunare qui tutti gli ebrei del mondo...”. E l’altra faccia della medaglia, la pulizia etnica dei palestinesi? Mai sentito parlare di rifugiati, campi profughi? Comincia ad agitarsi: “Noi siamo sotto attacco e dobbiamo difenderci”. Cosa c’entra con la difesa l’occupazione e la colonizzazione dei Territori palestinesi, le violazioni dei diritti umani? Non hanno anche loro il diritto di difendersi?”. Il nostro autista sbraita e urla, forse ci molla alla prima piazzola. “Se ci ritirassimo da Cisgiordania e Gaza i palestinesi ci attaccherebbero subito!”, inveisce. Noi: “E il massacro a Gaza? È anche quella difesa?”. “Certo! Cosa farebbe l’Italia se si trovasse sotto attacco? E poi la violenza è sempre l’ultima risorsa”. Ultima risorsa!?!. “Israele ha iniziato un attacco che ha provocato oltre 1400 morti senza che ce ne sia stato uno da parte israeliana. Mai sentito parlare dell’embargo a Gaza, delle centinaia di persone morte per mancanza di appropriate cure mediche...insomma, chiediti quali sono le motivazioni della violenza da parte palestinese!”. Dobbiamo scendere. La discussione è stata animata e inaspettatamente il conducente si dice soddisfatto dello scambio di vedute. Nonostante il tipico atteggiamento israeliano del mettersi sulla difensiva non appena si criticano le poliche di Israele, nei suoi occhi di cittadino medio, vale a dire vittima impaurita della propaganda mediatico-militare, si era insinuato il tarlo del dubbio.
Terzo passaggio, ad Hadera. Un ragazzo di aspetto emaciato, grandi occhiaie nere, con chiari disturbi psicologici. Ha prestato servizio militare (dura tre anni in Israele) a Gaza. Lui è affetto dall’altrettanto famoso morbo del “negare tutto fino all’inverosimile”, diffuso tra gente più ingenua e generalmente meno istruita. Appena sente la parola “Cisgiordania”, cominciano le danze. Le dita non smettono di muoversi, si gratta ovunque, il volto si contrae in espressioni di ansia e turbamento, balbetta. Rifiuta di parlare del suo periodo di militare a Gaza. “A Gaza non c’è stata nessuna guerra, non c’è nessuna occupazione qui, nessun conflitto. Confini? Dove li vedi?! Qui è tutta Terra di Israele”. Pensiamo stia scherzando. “Fino a dieci anni fa non c’era nessun problema di convivenza tra ebrei ed arabi, nessuna guerra, lo ricordo benissimo”. In realtà, dalla fondazione di Israele ad oggi c’è stato un conflitto ogni dieci anni. “Poi i problemi sono venuti da fuori”, continua, “per giochi politici e per la presenza degli internazionali, che vengono qui e sentono solo la campana palestinese”. Lo informo che ho visitato praticamente tutta Israele e lavoro con israeliani, al che si agita ancor di più, quasi fosse dinanzi ad un plotone di esecuzione. Chiediamo: “Che ne pensi delle continue violenze dei coloni israeliani sui palestinesi?”. “Impossibile! Israele è uno stato democratico e, come in Europa, se qualcuno commette dei crimini viene sbattuto in prigione!”. Mi vien da ridere, immagino le prigioni israeliane riempite di 450 000 coloni, avremmo risolto il conflitto da un pezzo. E l’occupazione? “Dov’è? Vedete per caso soldati nei mercati delle città arabe?”. Faccio ancora uno sforzo per capire se è tutto una farsa o cosa. “Certo! Ad Hebron!”, replichiamo. “Ma Hebron è un luogo sacro, son lì per renderlo accessibile a tutti!”. Il colmo: ad Hebron 400 coloni fanatici hanno occupato la città vecchia e, protetti da 1400 soldati (4 per colono!), tengono letteralmente in ostaggio 170 000 palestinesi.
Quarto ed ultimo passaggio: coppia di giovani stile hyppie. Questa volta il morbo è meno pericoloso, due parole sole, “non ricordo”, ma è altrettanto diffuso specie tra ex soldati più o meno pentiti o consapevoli di aver fatto un lavoro “sporco”. Lui è stato soldato a Nablus, considerata dagi israeliani una delle città più “pericolose”. Cominciamo noi: “È una città meravigliosa: la vivacità del suq, gli hammam antichi, i vicoli misteriosi della città vecchia, l’ospitalità della gente, il cibo squisito, le arti e i mestieri tradizionali”. Lui: “Io ho avuto la sfortuna di averla vista con gli occhi del soldato, in un periodo della mia vita di cui non vado fiero e che voglio dimenticare. Ora a noi israeliani è vietato l’accesso lì [trattasi infatti di zona A, secondo gli Accordi di Oslo sotto pieno controllo dell’Autorità Palestinese], ma spero un giorno di poterci tornare in circostanze diverse”. Glielo auguriamo anche noi.
Poi l’atmosfera irreale del kibbutz Yivon: aiuole e villette, piscine e parchi, cibo e acqua a volontà, tutto armonicamente organizzato. Un paradiso. Mi chiedo come si possa condurre una vita normale e spensierata quando a qualche decina di chilometri un popolo vive sotto brutale occupazione militare da oltre 40 anni. La sera giunge nel kibbutz, dai peasi libanesi sul confine, il canto del muezzin. Di giorno si vedono persino le postazioni militari e le bandiere di Hezbollah. Nella collina di fronte al kibbutz, le rovine del villaggio palestinese distrutto nella guerra del 1948. Tutti segni di una realtà violenta che non può essere ignorata.
Un pensiero mi perseguita: nel 1947-49 lo stato israeliano fu fondato sulla pulizia etnica dei palestinesi; oggi il lusso del kibbutz riposa sullo sfruttamento e sull’oppressione (quasi invisibile agli abitanti del kibbutz) degli stessi.
10:42
Scritto da : handala83
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17/08/2009
Sulla legittimità della resistenza palestinese: armata, popolare, nonviolenta
Discutere della resistenza armata e del diritto del popolo palestinese a difendersi è oggi più significativo che mai. Lo squilibrio di forza politica, militare e mediatica tra israeliani e palestinesi restituisce un’immagine del conflitto a dir poco grottesca: si ha la percezione che Israele sia sotto assedio e cerchi di sopravvivere agli attacchi di un popolo per naura violento che vuole a tutti i costi "ributtare gli ebrei nel mare". Insomma i ruoli occupante/occupato, oppresso/oppressore si ribaltano.
I palestinesi hanno il diritto e la legittimità storica, morale e legale alla lotta nonviolenta per la liberazione così come alla resistenza armata, in quanto popolo sotto dominazione coloniale e occupazione militare da oltre 60 anni, e a causa del fallimento della comunità internazionale nell’applicare il diritto internazionale in Palestina. E’ necessario ribadire questo concetto, quasi vent’anni dopo la storica rinuncia alla lotta armata da parte dell’OLP in seguito Accordi di Oslo, sicuramente il periodo più disastroso della storia palestinese.
I palestinesi hanno tentato la via negoziale: negli ultimi quindici anni di “negoziati di pace” Israele ha accelerato la colonizzazione dei Territori Palestinesi Occupati; ha consolidato il controllo sul movimento delle persone e lo sfruttamento delle risorse palestinesi; ha istituito un sistema di apartheid peggiore di quello del Sud Africa razzista; ha ingabbiato i palestinesi in un sistema di prigioni a cielo aperto circondate dal Muro di Separazione, dalle colonie e dall’esercito. I palestinesi hanno fatto storiche concessioni (riconoscimento Israele, rinuncia lotta armata, cooperazione in diversi settori) ma Israele, col silenzio complice della comunità internazionale, ne ha approfittato per consolidare l’occupazione, violando gli accordi che esso stesso aveva siglato.
I Palestinesi hanno sempre portato avanti forme di resistenza nonviolenta, lungo tutta la lotta di liberazione. Persino ora che in molte comunità palestinesi si sono sviluppate forme di protesta popolari contro il Muro e le colonie (Bil’in, Ni’lin, al-Ma’sara) e che la resistenza armata è pressoché assente, la risposta dell’esercito israeliano è stata sempre la repressione violenta, le punizioni individuali e collettive.
La legittimità della resistenza palestinese è riconosciuta dal diritto internazionale. Nel 1965 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconosceva la legittimità della lotta per il diritto all'autodeterminazione e all'indipendenza da parte dei popoli sotto oppressione coloniale. La Risoluzione 3236 dell’Assemblea Generale del 1974 riconosceva esplicitamente il diritto collettivo del popolo palestinese all’autodeterminazione nazionale ed il diritto al ritorno dei profughi nello loro case. Infine, il Protocollo Addizionale I (1977) della Convenzione di Ginevra del 1949, dichiarava la lotta armata un mezzo per esercitare il diritto all'autodeterminazione. Decine di risoluzioni del Consilgio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ed ultima la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sull’illegalità del Muro (2004), hanno tutti denunciato le politiche della potenza occupante e le violazioni dei diritti collettivi ed individuali del popolo palestinese.
In tutti questi anni di finta pace si è sempre chiesto ai palestinesi, popolo sotto brutale occupazione militare, di rinunciare alla lotta armata e di rendere conto di ogni atto di violenza. Mai nessuno ha preteso lo stesso nei confronti di Israele, la potenza occupante, la causa prima di ogni atto di violenza in tutta la regione. I palestinesi hanno provato la resistenza armata, la via negoziale e la resistenza popolare nonviolenta: tutte le strade hanno incontrato la repressione israeliana e la riluttanza della comunità internazionale nel far rispettare le leggi internazionali e le norme universalemente accettate di giustizia umana nel caso dei palestinesi.
Il sionismo, ideologia razzista e coloniale che ha guidato le politiche della comunità sionista in Palestina fin dai primi del Novecento, è stato sempre palese nelle sue intenzioni: la colonizzazione-civilizzazione della Palestina e l’asservimento e l’espulsione di tutti gli abitanti nativi, i palestinesi. O addirittura la negazione della loro esistenza: “Non esiste una cosa come il popolo palestinese [...] Non è come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono”, disse Golda Meir, 1969. Come ogni ideologia coloniale, il sionismo è per sua natura razzista: che utilizzi postulati religiosi come “il popolo eletto” e il diritto divino sulla "terra promessa", o postulati ideologici come la "nazione ebraica universale" e " la supremazia della razza ebraica", il sionismo è un’ideologia esclusivista basata sulla pulizia etnica degli abitanti palestinesi autoctoni e la loro sostituzione con i coloni ebrei. Se si comprende l’essenza dell’ideologia sionista si può spiegare chiaramente la politica di Israele degli ultimi sessanta anni. Si spiega perché nel 1948 le milizie ebraiche espulsero tra 700 000 e 900 000 palestinesi dai confini di quello che doveva diventare lo “stato ebraico”; si spiega perché i palestinesi rimasti all’interno dello stato dal 1948 al 1966 furono sottoposti alla legislazione militare; si spiega perché nella Guerra del 1967, quando Israle occupò Cisgiordania e Striscia di Gaza, più di 300 000 palestinesi furono forzatamente espulsi dalla loro terra; si spiega la colonizzazione e il sistema di apartheid nei Territori Occupati. Si spiega perché quasi la metà dei maschi palestinesi è stato in prigione e perché a Gaza in tre settimane sono state massacrate oltre 1400 persone, già sotto assedio da mesi. L’idea e la prassi del sionismo, la pulizia etnica della Palestina, è stata realizzata lucidamente, costantemente, scientificamente, dai primi del Novecento ad oggi.
Tutti i tipi di resistenza contro l’oppressore sono legittimi, soprattutto se si ha di fronte una potenza priva di scrupoli, che si è dimostrata capace delle peggiori atrocità, e il giudizio su che tipo di resistenza impiegare contro l’oppressione spetta solamente alla popolazione oppressa. Pretendere che i palestinesi rinuncino alla violenza, o che solo la resistenza nonviolenza sia legittima, è atteggiamento arrogante e ipocrita, indizio di un approccio di retaggio coloniale. Perfino la resistenza nonviolenta non significa assenza di violenza. Tutt’altro, deve mirare al sovvertimento dello stato attuale delle cose. Mira alla lotta contro l’oppressore senza rispondere violentemente alla repressione. Questo non significa però che non debba causare violenza. Anzi, il prezzo da pagare talvolta deve essere alto: pestaggi, arresti, uccisioni. Inoltre, il metodo nonviolento si basa sul riconoscimento dell’innata umanità e del senso morale dell’oppressore che, trovandosi di fronte alla propria brutalità e realtà di oppressore, opererebbe un cambiamento.
A questo punto mi chiedo se nel caso di personaggi come Hitler o i leader sionisti, guidati da precisi progetti di dominazione coloniale e razzista e conosciuti per le loro efferatezze, si possa far appello al loro senso di decenza morale. Mi chiedo se la lotta nonviolenta, non affiancata dalla resistenza violenta ed armata, sia efficace inquesti casi e quale sia il prezzo da pagare. Avremmo chiesto ai partigiani che lottavano contro l’occupante nazista di lasciare i fucili ed adottare solamente metodi di lotta nonviolenta? Siamo sicuri che le sofferenze non si sarebbero prolungate più a lungo? Lo stesso Mahatma Gandhi scrisse, nel 1938: “Quello che sta avvenendo oggi in Palestina non puo' essere giustificato da nessun codice morale di condotta [...] Avrei preferito che [gli arabi] scegliessero di resistere in maniera non-violenta a ciò che vivono come un intollerabile sopruso sulla loro terra. Ma, secondo i canoni universalmente accettati del giusto e dello sbagliato, non può essere detto nulla contro la resistenza araba, visto ciò che sta loro accadendo".
La natura spietata del progetto sionista è stata palesemente espressa nei discorsi e negli scritti dei leader dello stato di Israele. Ad esempio Menachem Begin, 1947: "La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta [...] Gerusalemme è e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz Israel verrà ricostruito per il popolo d'Israele. Tutta quanto. E per sempre". Ben Gurion, il padre fondatore, nel 1948: “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre, per ripulire la Galilea dalla sua popolazione araba”. E ancora: “C’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Benjamin Netanyahu, 1989: "Israele avrebbe dovuto approfittare dell'attenzione del mondo sulla repressione delle dimostrazioni in Cina [...] per portare a termine una massiccia espulsione degli arabi dei territori." Yizhak Shamir, 1990: "I vecchi dirigenti del nostro movimento ci hanno lasciato un chiaro messaggio di prendere Eretz Israel dal mare al fiume Giordano per le future generazion”i. Ariel Sharon, 1998: "E' dovere dei dirigenti d'Israele spiegare all'opinione pubblica [...] che non c'è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l'espropriazione delle loro terre". Ehud Barak, 2000: “Se pensassimo che invece di 200 vittime palestinesi, 2 000 morti metterebbero fine agli scontri in un colpo, dovremmo usare più forza”.
Mi chiedo ancora a quale senso di decenza morale dovrebbero fare appello i palestinesi nel caso decidessero di portare avanti solo forme di resistenza nonviolenta. Spetta solamente al popolo palestinese il giudizio su che tipo di resistenza impiegare nella lotta contro l’oppressore sionista, in base alle diverse contingenze storiche e al tipo di minaccia che si trovano ad affrontare. E tutte sono legittime. Voglio solo ricodare che nessun movimento di liberazione e di emancipazione ha avuto successo senza il ricorso, accanto ai metodi nonviolenti e negoziali, alla resistenza vilenta contro la sopraffazione e l’ingiustizia.
09:50
Scritto da : handala83
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08/08/2009
Citazioni da capi stato Israeliani - eccovi il sionismo
David Ben Gurion
Primo Ministro d'Israele, 1949 - 1954, 1955 - 1963
"Noi dobbiamo espellere gli arabi e prenderci i loro posti."
David Ben Gurion, 1937, Ben Gurion and the Palestine Arabs, Oxford University Press, 1985.
"Dobbiamo usare il terrore, l'assassinio, l'intimidazione, la confisca delle terre e l'eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba".
David Ben-Gurion, Maggio 1948, agli ufficiali dello Stato Maggiore. Da: Ben-Gurion, A Biography, by Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978.
"Ci sono stati l'anti-semitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma loro in questo cosa centravano? Essi vedono una sola cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?"
Riportato da Nahum Goldmann in Le Paraddoxe Juif (The Jewish Paradox), pp. 121-122.
"I villaggi ebraici sono stati costruiti al posto dei villaggi arabi. Voi non li conoscete neanche i nomi di questi villaggi arabi, e io non vi biasimo perché i libri di geografia non esistono più. Non soltanto non esistono i libri, ma neanche i villaggi arabi non ci sono più. Nahlal è sorto al posto di Mahlul, il kibbutz di Gvat al posto di Jibta; il kibbutz Sarid al posto di Huneifis; e Kefar Yehushua al posto di Tal al-Shuman. Non c'è un solo posto costruito in questo paese che non avesse prima una popolazione araba."
David Ben Gurion, citato in The Jewish Paradox, di Nahum Goldmann, Weidenfeld and Nicolson, 1978, p. 99.
"Tra di noi non possiamo ignorare la verità ... politicamente noi siamo gli aggressori e loro si difendono ... Il paese è loro, perché essi lo abitavano, dato che noi siamo voluti venire e stabilirci qui, e dal loro punto di vista gli vogliamo cacciare dal loro paese."
David Ben Gurion, riportato a pp 91-2 di Fateful Triangle di Chomsky, che apparve in "Zionism and the Palestinians pp 141-2 di Simha Flapan che citava un discorso del 1938.
"Se avessi saputo che era possibile salvare tutti i bambini della Germania trasportandoli in Inghilterra, e soltanto la metà trasferendoli nella terra d'Israele, avrei scelto la seconda soluzione, a noi non interessa soltanto il numero di questi bambini ma il calcolo storico del popolo d'Israele".
David Ben-Gurion (Citato a pp 855-56 in Ben-Gurion di Shabtai Teveth).
Golda Meir
Primo Ministro d'Israele, 1969 - 1974
"Non esiste una cosa come il popolo palestinese ... Non è come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono."
Golda Meir, dichiarazione al The Sunday Times, 15 giugno 1969.
"Come possiamo restituire i territori occupati? Non c'è nessuno a cui restituirli."
Golda Meir, 8 marzo 1969.
"A tutti quelli che parlano in favore di riportare indietro i rifugiati arabi devo anche dirgli come pensa di prendersi questa responsabilità, se è interessato allo stato d'Israele. E bene che le cose vengano dette chiaramente e liberamente: noi non lasceremo che questo accada."
Golda Meir, 1961, in un discorso alla Knesset, riportato su Ner, ottobre 1961
"Questo paese esiste come il compimento della promessa fatta da Dio stesso. Sarebbe ridicolo chiedere conto della sua legittimità."
Golda Meir, Le Monde, 15 ottobre 1971
Yitzhak Rabin
Primo Ministro d'Israele, 1974 - 1977, 1992 - 1995
"Uscimmo fuori, Ben-Gurion ci accompagnava. Allon rifece la sua domanda, `Che cosa si doveva fare con la popolazione palestinese?' Ben-Gurion ondeggi? la mano in un gesto che diceva `cacciateli fuori!"
Yitzhak Rabin,versione censurata delle memorie di Rabin, pubblicata sul New York Times, 23 ottobre 1979.
"[Israele vorrà] creare nel corso dei prossimi 10 o 20 anni le condizioni per attrarre naturalmente e volontariamente una migrazione dei rifugiati dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania verso la Giordania. Per ottenere questo dobbiamo arrivare ad un accordo con Re Hussein e non con Yasser Arafat."
Yitzhak Rabin (un "Principe di Pace" secondo Clinton), spiega il suo metodo di pulizia etnica dei territori occupati senza sollevare scalpore nel mondo. (Riportato da David Shipler sul The New York Times, 04/04/1983 citando i commenti di Meir Cohen al comitato affari esteri e difesa della Knesset del 16 marzo.)
Menachem Begin
Primo Ministro d'Israele, 1977 - 1983
"[I palestinesi] sono bestie che camminano su due gambe."
Discorso alla Knesset di Menachem Begin Primo Ministro israeliano, riportato da Amnon Kapeliouk, "Begin and the 'Beasts'," su New Statesman, 25 giugno 1982.
"La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta ... Gerusalemme è e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz Israel verrà ricostruito per il popolo d'Israele. Tutta quanto. E per sempre."
Menachem Begin, il giorno dopo il voto all'ONU sulla divisione della Palestina.
Yizhak Shamir
Primo Ministro d'Israele, 1983 - 1984, 1986 - 1992
"I vecchi dirigenti del nostro movimento ci hanno lasciato un chiaro messaggio di prendere Eretz Israel dal mare al fiume Giordano per le future generazioni, per un'aliya di massa (=immigrazione ebraica), e per il popolo ebraico, che tutto quanto sarà radunato in questo paese."
Dichiarazione dell'ex primo Ministro Yitzhak Shamir al ricordo funebre dei primi dirigenti del Likud, novembre 1990. Servizio locale di Radio Gerusalemme.
"Determinare la terra d'Israele è l'essenza del sionismo. Senza determinazione, noi non realizziamo il sionismo. E' semplice."
Yitzhak Shamir,su Maariv, 02/21/1997
"(I palestinesi) saranno schiacciati come cavallette... con le teste sfracellate contro i massi e le mura."
Yitzhak Shamir a quel tempo Primo Ministro d'Israele in un discorso ai coloni ebrei, New York Times, 1 aprile 1988
Benjamin Netanyahu
Primo Ministro d'Israele, 1996 - 1999
"Israele avrebbe dovuto approfittare dell'attenzione del mondo sulla repressione delle dimostrazioni in Cina, quando l'attenzione del mondo era focalizzata su quel paese, per portare a termine una massiccia espulsione degli arabi dei territori."
Benyamin Netanyahu, allora vice ministro degli esteri, ex Primo Ministro d'Israele, in un discorso algi studenti della Bar Ilan University, dal giornale israeliano Hotam, 24 novembre 1989.
Ehud Barak
Primo Ministro d'Israele, 1999 - 2001
" I palestinesi sono come coccodrilli, più gli date carne, più ne vogliono"....
Ehud Barak, a quel tempo Primo Ministro d'Israele - 28 agosto 2000. Apparso su Jerusalem Post, 30 agosto, 2000
"Se pensassimo che invece di 200 vittime palestinesi, 2.000 morti metterebbero fine agli scontri in un colpo, dovremmo usare più forza...."
Il Primo Ministro israeliano Ehud Barak, citato dall'Associated Press, 16 novembre 2000.
"Sarei entrato in un'organizzazione terroristica."
risposta di Ehud Barak a Gideon Levy, giornalista del quotidiano Ha'aretzr, quando chiese a Barak che cosa avrebbe fatto se fosse nato palestinese.
Ariel Sharon
Primo Ministro d'Israele, 2001 - ad oggi [n.b.: l'articolo è del 2004]
"E' dovere dei dirigenti d'Israele spiegare all'opinione pubblica, chiaramente e coraggiosamente, un certo numero di fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo di questi è che non c'è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l'espropriazione delle loro terre."
Ariel Sharon, Ministro degli esteri d'Israele, parlando ad una riunione di militanti del partito di estrema destra Tsomet, Agenzia France Presse, 15 novembre 1998.
"Tutti devono muoversi, correre e prendere quante più cime di colline (palestinesi) possibile in modo da allargare gli insediamenti (ebraici) perché tutto quello che prenderemo ora sarà nostro... Tutto quello che non prenderemo andrà a loro."
Ariel Sharon, Ministro degli esteri d'Israele, aprendo un incontro del partito Tsomet Party, Agenzia France Presse, 15 novembre 1998....
10:07
Scritto da : handala83
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30/07/2009
Il sequestro notturno di palestinesi a Bil'in - una testimonianza
Cinque anni fa la Corte Internazionale di Giustizia si è pronunciata, con opinione consultiva, sul Muro costruito nei Territori Palestinesi Occupati dichiarandolo illegale e stabiledone lo smantellamento. Dopo cinque anni di silenzio e complicità da parte della comunità internazionale nella perpetuazione di questo crimine, diversi paesi nei Territori Occupati hanno formato comitati impegnati in dimostrazioni continue di protesta contro il Muro e le colonie israeliane. Israele comincia a temere questo fenomeno di resistenza popolare, specialmente a causa dell’unità formatasi tra palestinesi, attivisti israeliani ed internazionali che da quattro anni ormai portano avanti proteste congiunte. Per questa ragione le Forze di Occupazione Israeliane hanno incrementato la violenza e la repressione nei confronti delle comunità che resistono (coprifuoco, assedi, distruzioni di proprietà, minaccie, arresti e sequestri di attivisti, ferimenti e uccisioni di dimostranti), sia colpendo individui sia intere comunità come forma di punizione collettiva. L’obiettivo è di stroncare il crescente movimento di resistenza popolare e scoraggiare le comunità dall’unirsi alla lotta.
Nelle scorse settimane le Forze di Occupazione Israeliane hanno invaso il paese di Bi’lin (60% della terra del quale è stata confiscata per la costruzione del Muro) ed altri, compiendo incursioni notturne nelle case per sequestrare i dimostranti, la maggior parte giovani sotto i 18 anni, e costringerli a confessare di aver tirato pietre nelle manifestazioni o in generale accusarli di istigazione e uso della violenza. Nelle scorse settimane circa 20 persone sono state letteralmente rapite a Bil’in. Per questo il Comitato Popolare di Bi’lin ha richiesto la presenza notturna di attivisti internazionali ed israeliani, per documentare e scoraggiare le incursioni notturne.
Giovedì 16 giugno ho deciso, insieme ad un paio di amici, di portare al villaggi ola nostra solidarietà e trascorrere lì la notte prima della consueta dimostrazione del venerdì. Sotto proverò a scrivere quello che ho visto quella notte, essendo stato testimone di uno di questi “arresti”. Come al solito le famiglie del paese ci hanno accolto calorosamente, poi abbiamo conosciuto gli attivisti dell’International Solidarity Movement, presenza permanente nel paese (giusto qualche giorno prima un attivista statunitense è stato arrestato mentre tentava di impedire uno di questi veri e propri sequestri di palestinesi). Ci siamo organizzati in tre gruppi, ognuno di guarda su un tetto in un punto strategico del paese,nel tentativo di avvistare i soldati israeliani arrivare ed avvertire gli altri compagni. Il nostro gruppo era formato da 5-6 persone; tutti fissavamo il punto dal quale di solito le jeep dei soldati attraversano il Muro di Separazione per entrare nl paese.Caffè caldo e un buon narghile ci aiutavano a sopportare il freddo e lunga attesa. Dopo un paio di ore, le 2 del mattino, un cellulare squilla e veniemo informato che jeep piene di soldati avevano invaso il villaggio s stavano per arrestare della gente. Siam saltati su una macchina precipitandoci nel posto dell’arresto: dozzine di soldati, in assetto da guerra, con maschere nere in volto e tute mimetiche, avevano già circondato la casa ed erano entrati, rovistando in ogni dove. Siamo usciti tutti insieme dalla macchina nel tentativo di entrare nella casa, e abbiamo cominciato a riprendere la scena e far foto ai soldati. Ovviamente i soldati ci hanno impedito di entrare minacciando di arrestarci. A questo punto abbiamo visto tutta la famiglia, madre, padre e i quattro figli, cacciati in maniera umiliante fuori di casa, ancora mezzi addormentati, col pigiama addosso. A seguire Imad Burnat, membro del Comitato Popolare di Bil’in, bendato e con le mano legate, veniva strattonato e spinto fuori da un gruppo di soldati. Imad è stato brutalmente trascinato per un quasi un chilometro attraverso la buia campagna, fino a quando non è stato spinto dentro ad un veicolo militare e portato via verso il vicino avamposto militare.
Qualche palestinese, il padre di Amid e noi, una dozzina di attivisti internazionali, sulle prime abbiamo cercato di bloccare il cammino dell’unità militare (circa una ventina), poi li abbiamo seguiti tentando di intralciar loro il percorso, chiedendo il rilascio di Amid e protestando contro la pratica dei sequestri di palestinesi. Le Forze di Occupazione Israeliana hanno tentato di disperderci picchiando con i loro fucili, gettando granate a percussione e bombe sonore, sruzzando gas chimici in faccia. Siamo riusciti a disturbare il loro percorso fino a quando altre unità di soldati non sono arrivate cominciando a darci la caccia con la chiara intenzione di arrestarci. Haitam al-Khatib, attivista paestinese, nella fuga per evitare di esser preso, è inciampato e si è ferito ad una gamba. Come i soldati tornavano verso il villaggio respingendoci indietro, il padre di Amid, in preda alla rabbia, ha preso il suo filgio più piccolo in braccio avvicinandosi ai militari e, rivolto a suo figlio come per dargli una lezione, ha cominciato a gridare, col dito puntato verso i soldati: “Guarda papà, non aver paura! Guardali! Sono soldati, son israeliani! Loro hanno preso tuo fratello!”. Poi la mamma, vedendo il piccoli piangere impaurito, lo ha strappato dalle braccia del padre e rivolta ai soldati, furibonda, si è sfogata: “Basta! Ora basta! Non è abbastanza tutto questo? Andate via, via! Cosa altro volete da noi!”.
L’unità di soldati se ne è andata, seguita poco dopo da almeno altre quattro jeep che provenivano dal paese. Abbiamo stimato che tra 50 e 80 soldati erano coinvolti nell’arresto di un civile palestinese disarmato.
Nonostante la recente ondata di arresti e l’inasprimento della repressione delle proteste, il movimento di resistenza popolare non è stato sconfitto e le dimostrazioni settimanali contro il Muro e le colonie israeliani continuano a Bil’in, Ni’lin, Jayyus, al-Ma’sara e altri paesi della Cisgiordania occupata.
Enrico Bartolomei, Alternative Information Center
For further info on the popular resistance in Bil’in see www.bilin-village.org . See also “Repression allowed, resistance denied: Israel's suppression of the popular movement against the Apartheid Wall of Annexation”, Addameer and Stop the Wall Campaign new Joint Report on http://stopthewall.org/activistresources/2019.shtml .
12:13
Scritto da : handala83
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06/07/2009
POEMS FROM WOMEN OF NAHALIN, OCCUPIED PALESTINE - poesie delle donne di Nahalin, Palestina occupata
Maitha’ Yassin, 38
Where I Am From…(ENGLISH)
I am from peace and anxiety,
I am from the roar of the waterfall,
I am from the tramp of feet on the bridge.
On the other side of the bridge,
My grandmother was watching;
The vineyards, olive trees, hanoun and wildflowers,
From where am I?
From a deep sea that is calling
And saying, “I am with you.”
Why is my country stolen?
And the whole world is looking…
Why is childhood stolen from a boy?
And he cannot grow anymore?
He says, “I have the right to live in dignity.”
From where am I?
From the land of peace and profits,
From a land of battles and poets.
A place where Jesus was born,
And Mohammad ascended,
From the grief of Toukan,
And the poetry of Darwish,
From the sweat of free people,
And the blood of the martyrs.
Maitha’ Yassin, 38
Da dove vengo...(ITALIANO)
Vengo dalla pace e dall’ansia,
Vengo dallo scroscio delle cascate,
Vengo dal calpestio di piedi sul ponte.
Dall’altro lato del ponte,
mia nonna mi osservava;
I vigneti, gli alberi d’olivo, hanoun e fiori selvatici,
Da dove vengo?
Da un mare profondo che chiama
E dice: “sono con te”.
Perché viene rubato il mio pease?
E il mondo intero resta a guardare...
Perché ad un ragazzo viene rubata l’infanzia?
E non può crescere più?
Dice, “Ho il diritto di vivere con dignità”.
Di sove sono?
Da una terra di pace e profitti,
da una terra di battaglie e poeti.
Un posto dove naque Gesù,
e Maometto ascese al cielo,
Dal dolore di Toukan,
E le poesie di Darwish,
Dal sudore di gente libera,
E dal sangue dei martiri.
Han’a Ahmad, 20
Where I Am From (ENGLISH)
I am from a small home
That contained my big family.
I am from a small village
That is surrounded by almonds,
Olives, pine, and oak trees.
I am from a village which is
Surrounded with settlements.
I am from a house from which
You can see trees, flowers, green land…
The large settlements separating
The mountain from the land of my father
And my grandfather.
From where am I?
I am from a village where the soldiers
Prevent me from going to my university.
I am from a country that is difficult
To find myself in.
I am from a warm heart, confronted
By the cruel heart of a soldier.
From where am I?
I am from a pure land that was
Watered by the blood of martyrs.
I am from a land of sea and orange trees.
Where am I from? I am from Nahalin,
The beautiful village in Palestine.
Han’a Ahmad, 20
Where I Am From (ITALIANO)
Vengo da una piccola casa
Che ha accolto la mia grande famiglia.
Vengo da un piccolo villaggio
Circondato da alberi di mandorlo,
Olivi, pini, querce.
Vengo da un villaggio
Circondato da colonie.
Vengo da una casa dalla quale
Si vedono alberi, fiori, terre verdi...
La grande colonia che separa
La montagna dalla terra di mio padre
E di mio nonno.
Da dove vengo?
Vengo da un villaggio dove i soldati
Mi impediscono di andare all’università.
Vengo da un paese in cui è difficile
Trovare me stessa.
Vengo da un cuore caldo, affrontato
Dal cuore crudele di un soldato.
Da dove vengo?
Vengo da una terra pura
Annaffiata dal sangue dei martiri.
Vengo da una terra di mare ed alberi d’arancio.
Da dove vengo? Vengo da Nahalin,
bellissimo paese in Palestina.
Nisreen F., 33
Where I Am From (ENGLISH)
I am from a land where the heat of the sun Strikes first,
Allowing my father to go to work,
And return before sunset.
Allowing my grandfather to go to the fields
To harvest the crops before the heat of the sun
Gets to hot to bear.
Allowing my mother to wash our clothes
With her hands,
And dry them before the sun set.
Allowing my brother to go to school
Before the bell rang,
Allowing him to grow up before
Those evil guns could destroy him.
I am from a place where everyone
Goes out to harvest their crops,
Before the building of the Wall
That separates them from their olive trees.
I am from a place where young children
Play among the ruins
Before they even learn to speak.
I am from a small place where the child
Is dreaming of his father’s coming safely
Home from work.
I am from a country where many people visit,
To experience its history
Before that history is destroyed.
I am from a place where all people
Belong to each other.
I am from a place where the son is lost,
Searching for his stolen land.
I am from a place where people hold tight,
Like a tree with its roots,
Who refuse to die or go away.
I am from Palestine.
Nisreen F., 33
Where I Am From (ITALIANO)
Vengo da una terra dove il calore del sole colpisce presto,
Permettendo a mio padre di andare a lavoro,
E tornare prima del tramonto.
Permettendo a mio nonno di andare ai campi
Per il raccolto prima che il calore del sole
Diventi insopportabile
Permettendo a mia madre di lavare i nostri panni
Con le sue mani,
Ed asciugarli con prima che il sole tramonti.
Permettendo a mio fratello di andare a scuola
Prima che la campana suonasse,
Permettendogli di crescere prima che
Queste armi maledette potessero distruggerlo.
Vengo da un posto dove ognuno
Poteva andare nei campi per il raccolto,
Prima della costruzione del Muro
Che li separa dai propri alberi di olivo.
Vengo da un posto dove i ragazzini
Giocano tra le rovine
Prima che imparino a parlare.
Vengo da un piccolo posto dove il ragazzo
Sogna che suo padre torni a casa salvo
Dal lavoro.
Vengo da un paese che molte persone visitano
Per assaporarne la storia
Prima che la storia venga distrutta.
Vengo da un posto dove tutte le persone
Appartengono l’una all’altra,
Vengo da un posto dove il figlio si è perso,
Per cercare la sua terra rubata.
Vengo da un posto dove la gente tiene duro,
Come un albero con le sue radici,
Che rifiuta di morire o di andarsene.
Vengo dalla Palestina.
16:16
Scritto da : handala83
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29/06/2009
Nahalin, chiaro esempio dell'apartheid israeliana nei territori Palestinesi Occupati
Il villaggio di Nahalin è uno dei più chiari esempi del sistema di Apartheid che Israele ha realizzato nei Territori palestinesi occupati. Si trova a 20 chilometri sud-est da Betlemme, 9 000 abitanti, ed ha la sfortuna di trovarsi nella cosiddetta “seam zone”, cioè tra i confini armistiziali dello Stato di Israele e il Muro di Separazione, costruito quasi interamente all’interno della Cisgiordania. Una volta completato infatti, il Muro annetterà circa il 10% dei Territori palestinesi, e Nahalin rientra all’interno di questo progetto. C’è però un problema: Israele non vuole quei 9 000 palestinesi, vuole mantenere il più possibile l’ebraicità dello Stato. Ragion per cui agli abitanti non verrà data la cittadinanza israeliana, ma manterranno la carta di identità dei palestinesi della Cisgiordania.
Questo significa che gli abitanti di Nahalin non potranno accedere in Israele (come tutti i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza), e avranno anche molte difficoltà ad entrare nei Territori palestinesi perché si ritroveranno il Muro davanti. Sono di fatto ingabbiati, intrappolati in una enclave dalla quale non possono uscire. Prigionieri nella propria terra. L’obiettivo delle autorità israeliane è far sì che i palestinesi se ne vadano ed avere così una zona “ripulita dagli arabi” (così dicono).
Ora, il villaggio è completamente circondato sui quattro lati da colonie israeliane (vedi foto1: il villaggio tra confine israele e Muro, e le colonie intorno), collegate tra loro da strade inaccessibili ai palestinesi, le strade dell’Apartheid. L’espansione continua di queste colonie illegali comporta la confisca delle terre del villaggio e il restringersi del suo spazio vitale, l’impossibilità per gli abitanti di muoversi liberamente, le continue minaccie ed aggressioni da parte dei coloni. Una colonia, Betar Illit, costruita proprio a ridosso del villaggio, in cima alla collina, sembra quasi volerlo divorare (vedi foto2: in alto la colonia, in basso il villaggio).
Da un pò di giorni scavatori e ruspe stanno costruendo un’altra strada che collegherà le colonie (vedi foto3: ruspa costruisce strada su terre villaggio). La strada è costruita sulle terre del villaggio, naturalmente senza autorizzazione dei proprietari, tutto illegalmente, come le colonie stesse. Altra terra verrà espropriata, altri alberi sradicati, altri palestinesi saranno costretti ad andarsene altrove. Con alcuni abitanti del villaggio abbiamo deciso di tentare in qualche modo di fermare i lavori. Appena ci avviciniamo agli scavatori scopriamo che son guidati da palestinesi che lavorano per una compagnia palestinese, ingaggiata dai coloni israeliani. Palestinesi che lavorano per l’occupante a danno di altri palestinesi. Quanti palestinesi hanno lavorato nelle colonie israeliane e nella costruzione del Muro dell’Aparthied? A volte mi dico che in fondo non hanno alternative, i figli devon pur mangiare no? Altre volte mi bolle il sangue, indignato, se penso a tutti i palestinesi che pagano in prima persona la scelta di non collaborare con l’occupante, di resistere. I lavoratori imbarazzati se ne vanno, probabilmente la prossima volta torneranno scortati dai soldati. Ce ne adiamo anche noi, polvere ed amarezza in bocca.
16:08
Scritto da : handala83
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